La sfera di cristallo
“L’anticipante farsi libero per la propria morte affranca dalla dispersione nelle possibilità che si presentano casualmente, in modo che le possibilità effettive, cioè situate al di qua di quella insuperabile, possono essere comprese e scelte autenticamente”.
M. Heidegger, Essere e Tempo, § 53.

Era una giornata grigia.
Le nuvole basse coprivano di un manto uniforme il cielo e le cime più alte dei monti che ci circondavano. Minacciava neve.
Ma Riccardo e io non ce ne preoccupavamo.
Era maggio, il primo fine settimana. E noi avevamo una gran voglia di arrampicare in montagna, dopo un inverno passato ad arrancare sul calcare di casa. Per questo, nonostante il grigiore del cielo e il malaugurante venticello freddo che scendeva da nord, proseguivamo lungo il sentiero col nostro inverosimile carico di attrezzatura e di vettovaglie. Riccardo aveva due zaini, uno sulla schiena e uno sul davanti, e avanzava ondeggiando come una vecchia grassona. Io, non meno gravato, lo seguivo incespicando col mio carico sulle spalle e cinque chili di tenda in mano.
Con i nostri capelli lunghi e i vestiti stracciati, credo sembrassimo due streghe o due grotteschi esseri dei boschi che, smarritisi in terreno aperto, si affrettavano a rientrare nei loro oscuri antri.
E in effetti ci affrettavamo. Più avanti, a due terzi della Valle, ci aspettava la nostra parete, un cupolone roccioso alto circa duecento metri cui i primi salitori avevano dato il nome di “Sperone della magia”. Era inevitabile che, con un nome così suggestivo, anche noi entrassimo nella parte e, volenti o nolenti, ci trasformassimo in coboldi.
Per quel giorno avevo scelto io la destinazione (La Sfera di Cristallo, una via di Gogna e C.), lasciando a Riccardo la decisione per il giorno successivo. Non so perché, ero rimasto attratto dal nome e dalla promessa che pareva offrire di fornire divinazioni sul futuro, come se anche la via, al pari delle sue lontane parenti di vetro, avesse quel misterioso potere. Forse ero confuso sul mio destino e attendevo qualche rivelazione. O forse, più semplicemente, volevo garantirmi almeno per quel giorno una via divertente, non troppo lunga e poco pericolosa. Non so.
Fatto sta che avevo convinto Ricky a camminare per un’ora e mezza fino lassù, a piazzare la tenda a lato del torrente e a seguirmi su per lo zoccolo erboso fino alla base della parete, salendo, tanto per cambiare, per la linea più ripida e meno agevole (d’altra parte, date le mie origini montanare, ritenevo di sapere sempre inequivocabilmente quale fosse il sentiero giusto per andare in qualunque posto, in ambiente selvaggio). Fu solo il caso a farmi indovinare la sequenza di rampe e fessure che ci consentì di arrivare in breve sotto la parete.

“Placca di IV. Si dovrebbe partire da qui”, disse Ricky.
“Secondo me, è più a sinistra. Non lo vedi, lo schizzo? Danno la linea di salita sotto un arco di pietra”.
In effetti la relazione faceva salire l’itinerario in corrispondenza di un’evidente volta granitica. E ce n’era una gigantesca proprio sopra la mia testa, più a sinistra di dove voleva salire il mio collega.
“Sei sicuro?”, fece lui.
“Ma non vedi? E dove potrebbe andare, se non su per di qui?”.
Ricky, poco convinto, mi diede ragione.
“Chi parte?”, chiese.
“Mah, fa lo stesso”.
Ricky sbottò, irritato: “Allora, parto io o parti tu?”
“Vai, vai, parti tu, dai”.
Avevo fatto i miei calcoli: a lui VI e VI+ o A0, a me VI e V+. Come al solito, preferivo fosse lui a sorbirsi i tiri chiave della via.
Ricky si preparò e partì. Salì, non senza un certo impegno, la “facile” placca di IV. Poi, arrivato all’arco di pietra, ne afferrò la fessura sottostante e cominciò a seguirla quasi di corsa, così veloce che non riuscivo a dargli corda.
E il VI, dov’era?
L’arco piegava a sinistra. Ricky lo seguì e si fermò in sosta. Poi mi chiamò. In breve lo raggiunsi.
“Dove va, da qui, la via?”, chiese.
“Non lo so”.
Guardai la relazione. Dava il secondo tiro: “placca, arco verso destra, VI”.
Non c’eravamo. La nostra sosta era costituita da un solo chiodo piantato dal basso verso l’alto nell’esile continuazione della fessura appena salita. E davanti a noi c’era un salto verticale. Sopra di esso una placca andava a morire sotto strapiombi giallo-rossi, mentre a sinistra il muro si abbassava, fino a rendere accessibile la placca, che, in quella zona di parete, era attraversata da una vena di quarzo, netta e apparentemente invitante.
“Siamo fuori via. Che facciamo?”, chiese Ricky.
“Non lo so”.

Rapidamente valutammo che sarebbe stato poco prudente calarci in doppia da quell’unico chiodo piantato in malo modo. D’altra parte non avevamo né chiodi né martello; né sembrava possibile rinforzare la sosta con nut o friend. E, per inesperienza, non pensammo all’eventualità di tornare indietro arrampicando (il diedro appena salito non era più di III).
A malincuore decidemmo di andare avanti.
“Bene, tocca a te”, disse Ricky, nascondendo un ghigno di soddisfazione: a ognuno le sue responsabilità.
“Sì”.
Sentii una stretta allo stomaco. Addio salita rilassante, pensai. Sistemai con snervante lentezza il materiale sull’imbrago e partii.
I primi metri non furono difficili: una passeggiata a piedi spalmati sulla placca fino allo strapiombino. Sistemai un eccentrico nella fessurina alla sua base e, con un paio di movimenti delicati, lo oltrepassai.
Mi trovavo con i piedi su un terrazzino, dal quale potevo osservare la bianca striatura di quarzo alla mia sinistra.
Faceva un bell’effetto, lì, nel mezzo del muro grigio. Ma quello, il muro grigio, da lì appariva molto ripido.
“Torno indietro”, dissi.
Ricky si voltò dall’altra parte, infastidito. Senza dar retta ai segni di disappunto del mio collega, che già temeva, penso, di dover prendere il mio posto, mi abbassai e, alla cieca (lo strapiombino mi impediva di vedere la parete sotto di esso), cercai un appoggio per i piedi. Feci più tentativi, ma senza riuscire a trovare niente. Per cercare più sotto mi sarei dovuto abbassare ancora con le mani, sostenendomi su prese sfuggenti e senza l’aiuto dei piedi. Decisi di risalire.
Mi misi a guardare sconsolato la vena, che, nella mia immaginazione, andava trasformandosi in una cicatrice biancastra formatasi nella compattezza del granito per effetto di qualche misterioso e lontano evento traumatico. E me ne stavo lì, aspettando forse un’ispirazione.
La calma non durò a lungo.
Ricky, spazientito, urlò: “Allora, vai? Fa freddo!”.
Non avevo alternative: dovevo andare.
Misi il piede sinistro sulla vena.
Teneva.
Incrociai il piede destro sul sinistro e lo appoggiai più a sinistra.
Teneva anche quello.
Allora completai il movimento con le mani in appoggio e scavalcai il piede destro col sinistro, andando a collocarlo più in là.
Ero in mezzo alla vena.
Appena fui in posizione, un pensiero mi attraversò la mente come in un lampo: “Non posso più andare avanti”.
Non avevo prese per le mani. Di conseguenza non riuscivo nemmeno a pensare di poter sollevare la gamba destra e portarla più a sinistra, per spostare poi l’altra gamba oltre la vena e fuori dal tratto ripido di parete.
Un altro lampo, molto più vivido del primo, mi esplose nella mente: “ALLORA NON POSSO NEANCHE TORNARE INDIETRO!”.
Nei muscoli del petto e delle gambe sentii la stretta aspra dell’adrenalina che entrava in circolo.
“Sono finito…”, pensai.
Qualcosa dentro di me aveva fatto un rapido ragionamento: se avessi tentato di sollevare anche solo un piede, non potendomi sostenere con le mani, avrei perso il mio precario equilibrio sulla punta delle scarpette, sarei entrato in rotazione e sarei caduto, prima per cinque metri nel vuoto, poi sulla ripida placca sottostante. Probabilmente mi sarei messo a rotolare e avrei quasi sicuramente strappato sia l’eccentrico che la lametta cui era assicurato Ricky. A quel punto non ci voleva una grande immaginazione per capire che cosa sarebbe successo.

“Che deficiente! E che morte idiota!”.
Rimasi sorpreso: stavo pensando alla mia morte.
E mi sorpresi anche del fatto che la morte fosse un evento così ovvio, naturale. Avevo sempre ritenuto che i miei ultimi momenti di vita sulla terra sarebbero stati accompagnati da avvenimenti eclatanti, da cataclismi, quasi.
Invece no.
Sei lì che vivi, beatamente inconsapevole di quello che ti sta accadendo attorno e… Improvvisamente si apre una crepa, una sottile fessura nella compattezza del tuo mondo.
In quel momento tutto cambia.
Sei alla fine.
Semplice…
Spinto da non so quale istinto, mi ero messo a respirare in una maniera strana, frenetica. Le inspirazioni erano brevi, superficiali, frequenti. Contemporaneamente cercavo agitato qualcosa per le mani, una scaglietta, un cristallo, una conchetta nel granito davanti a me.
Ma… niente, non trovavo niente.
Per ironia della sorte, a implacabile conferma delle teorie del signor Murphy, iniziò anche a nevicare. Piccoli fiocchi leggeri cominciarono a scendere roteando dal cielo grigio e ad appoggiarsi sulla placca attorno a me.
Mi persi per un po’ ad osservarli. Mi pareva quasi che essi, e con loro gli alberi, le montagne, il mondo intorno fossero diventati più reali, più solidi e, allo stesso tempo, più freddi e distanti, come se avessero perso l’alone di pensieri di cui li avvolgiamo nella vita quotidiana per renderceli più familiari. E fui anche sul punto di credere che qualcosa, una forza immane, stesse assistendo indifferente alla mia scomparsa, un evento del tutto marginale nell’economia del Tutto.
Io, come le pietre, i fiocchi di neve, gli alberi con i loro rami secchi lì attorno, ero destinato ad apparire solo per un tempo limitato sulla scena dell’Essere e a sparire poi nell’abisso senza fondo da cui tutto proviene. E il mio momento di rientrare nel grembo oscuro che custodisce le esistenze passate, o, peggio, in qualche discarica cosmica per rifiuti ontologici, era arrivato.

“Muoviti!”, gridò Ricky, distogliendomi da quell’ipnotica fissazione.
“Non ci riesco, cazzo! È ripido. E non ci sono appigli. Non riesco a muovermi!”
“Mettiti a correre! Su una rivista ho letto che, sulle placche, quando non si riesce a passare, bisogna fare così…”.
“Sì, certo, mettersi a correre… Ma vaff…”.
L’imprecazione mi era morta in gola con uno scatto secco della glottide.
La tensione si era fatta insostenibile. Di fronte a me mi pareva di vedere un muro nero che scendeva roteando dalla placca. E dietro le spalle sentivo una voce suadente mormorare: “Lasciati andare… Metti fine a questo strazio… Spingiti indietro… E che vada come vada”. Allo stesso tempo immagini rassicuranti di me sorridente appeso alla corda (l’eccentrico avrebbe tenuto!) mi si presentavano accattivanti agli occhi della mente.
Più volte, stritolato dall’ansia, fui sul punto di dar retta alla voce e a quelle ingannevoli immagini.
E più volte appoggiai le mani sulla placca per lanciarmi all’indietro.
Ma, ogni volta, un’altra voce (imperiosa, questa) mi bloccava: “No! Cerca!”. E io mi mettevo a cercare, sempre più stanco e meno convinto, una via d’uscita da quella trappola di granito.
Ad un certo punto, mi trovai nella mano destra un rilievo appena accennato che avevo trovato non so come sulla placca liscia, in alto a sinistra. Pareva fatto apposta per essere pinzato con tre dita, pollice, indice e anulare. Non appena lo ebbi afferrato, il mio corpo, quasi diretto da una volontà autonoma, si mosse con una precisione che ancora oggi mi lascia stupito: il piede destro si spostò a sinistra del sinistro e questo, completando l’elegante movimento ad incrocio, si riassestò più in là, sul fondo spiovente di una conca nel granito.
Ero fuori.
"…fanculo!”, mormorai sbuffando.

Avevo ripreso a respirare in modo regolare.
Guardai in su.
La placca continuava ripida, ma vi si intuiva la presenza di una serie di concavità appena accennate nel granito, come un vago sentiero di ombre scure in quel grigiore uniforme.
Inspirai a fondo un’ultima volta e partii, muovendomi con circospezione e puntando a una betulla abbattuta che aveva fermato la sua caduta sul bordo sinistro della placca. Speravo di poterne afferrare i rami e di riuscire così a portarmi sul prato verticale che delimitava a sinistra quel tratto di parete.
Arrivare alla betulla non fu difficile. Più complicato fu fidarsi dei suoi rami rinsecchiti. Ma mi mossi con delicatezza, tirando il meno possibile (l’ultima protezione – l’unica – era laggiù, molto distante, venti metri più in basso; e pensai che sarebbe stato grottesco, oltre che da stupidi, precipitare per oltre quaranta metri appeso ad una betulla, per di più dopo tutto quello che avevo passato per arrivare fino a lì).
In breve mi trovai sul prato. E, in pochi movimenti, raggiunsi una cengia sotto uno strapiombo nero, dove, legato attorno al tronco di un albero, trovai un cordone di sosta. Qualcuno era stato lì prima di me.
“Libera!”, gridai a Ricky.
“Libero”.
“Recupero… Vieni!”.
Trovavo rassicurante poter ripetere ancora una volta le frasi di quel rituale. Ricky partì, superò agevolmente lo strapiombino, si portò sulla vena e, sul punto critico, si fermò. Dopo due o tre tentativi poco convinti, si appese alla corda e risolse il passaggio in pendolo.

“Dura…”, disse, quando arrivò.
“Sì, dura”.
Un feroce mal di testa aveva cominciato a martellarmi le tempie.
Predisponemmo la doppia e ci calammo.
Intanto aveva smesso di nevicare. Stanchi e a testa bassa come due cani bastonati, rimettemmo il materiale negli zaini e scendemmo. A sinistra dell’avancorpo roccioso che avevamo percorso in salita, un comodo bosco inframmezzato da prati consentiva di scendere agevolmente.

Quella notte non dormii.
Avevamo sistemato la tenda in una comoda nicchia muschiosa nel bosco. Il posto era davvero bello (quasi un piccolo angolo di Canada), ma troppo vicino al torrente che, pochi metri più in là, scendeva fragoroso, carico delle acque del disgelo. D’altra parte, quella notte non avrei dormito neanche se fossi stato nel letto più comodo del mondo. Una ridda di immagini mi affollava la testa: scene di sesso, grandi bevute, abbuffate (mi ricordo, chissà perché, di gelato alla fragola). Una confusione unica, come se quello che era successo durante il giorno avesse sturato il tappo delle mie inibizioni e ne avesse fatto uscire i desideri che, spaventato, solitamente reprimevo.
Solo un poco alla volta il turbine si acquietò finché sprofondai nella pietosa oscurità del sonno.

Il giorno dopo, i due ondeggianti nanetti spostarono il campo base più in basso, alla base delle Dimore degli Dei.
Tentammo Cochise, la via scelta da Ricky. Perdemmo molto tempo a trovare l’attacco, salimmo a fatica la lama del secondo tiro e il muro a funghi del terzo e ci arenammo sul famoso grande fungo del quarto tiro. Io ero completamente scoppiato (la salita del giorno prima mi aveva bruciato psicologicamente). E Ricky non riuscì a trovare il trucco per abbandonare sotto di sé quel malefico grumo di granito scuro.
Così ci calammo, scornati ancora una volta, e concludemmo la nostra giornata sotto il Sasso Remenno, contemplando, ingobbiti dal freddo, una salsiccia che stentava a lessarsi nell’acqua appena intiepidita dall’inefficiente fornello di Ricky.
Un quadretto fiabesco: due gnomi, barba e capelli lunghi mossi dal vento, incurvati sul pentolino nel quale ribolle la loro inutile pozione.

Ancora oggi, nonostante siano passati molti anni da quella spedizione in Val di Mello, mi chiedo quale sia stato il verdetto della Sfera di Cristallo.
Si sa, i vaticini sono sempre dati dai veggenti, o da chi si ritiene tale, in forma ambigua, in modo da poter offrire più possibilità di interpretazione. Il solito vecchio trucco: non si sbaglia mai. E più ci ripenso, più sono i significati che ritengo di poter dare a ciò che mi accadde quel giorno.
Allora mi sorge il sospetto che non vi sia alcun responso: in fondo noi non abbiamo ripetuto esattamente La Sfera di Cristallo, ma qualcos’altro, un’anonima linea lì vicino. O, meglio, forse non c’è una riposta perché non c’è alcun destino, alcuna coerenza che lega tra loro gli eventi del mondo. E ogni nostra ricerca di significato non è che una vuota fantasia della nostra mente che cerca improbabili connessioni anche dove non c’è altro che vento freddo, rami secchi e pietra.
Tuttavia ho come una vaga sensazione…
Come se, quel giorno, una risposta mi sia stata data…
E penso che essa non fu, come potrebbe apparire, “da' soddisfazione ai tuoi desideri”.
No: con le donne, nonostante le mie buone intenzioni e la mia diligente applicazione, in questi anni non sono riuscito a combinare un granché, al punto che sono ormai arrivato alla conclusione che avere a che fare con uno di quegli esseri misteriosi sia più complicato che superare il più cervellotico dei passaggi di placca.
Quanto poi ai piaceri della tavola, da quel lontano maggio ho accumulato tante di quelle intolleranze alimentari da fare invidia al più aggiornato fra i manuali di patologia gastroenterica.
No, la risposta della Sfera di Cristallo non fu questa.
Piuttosto, in qualche angolo remoto della mia mente conservo il ricordo, legato a quel giorno, di una voce sottile tra i fiocchi di neve, che mormora qualcosa come: “Non hai tempo… Non hai tempo… La morte è lì, pronta ad annientarti… Agisci bene… Vivi al meglio delle tue possibilità… Da’ il massimo… AGISCI BENE…”.
Sono ormai passati dieci anni da allora.
E quella voce sottile mormora ancora nei miei ricordi e, ferrea, mi costringe a questa vita strana, fatta di movimenti al limite del volo sull’orlo del misterioso “non so che” che, prima o poi, tutti ci attende.

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