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Dolomiti Orientali

Sandro Zizioli in sosta durante un tentativo invernale su "Skotonata Galattica" - Cima Scotoni

Sass de la Crusc
Mephisto
Schiestl, Rieser - VII/A2 (380 m. circa, zoccolo e cengia esclusi)
Molto belli i tiri sulle placche nere, meno interessante il resto. Può essere utile portare un kevlar con gli estremi ben rifiniti e induriti per sostituire, aiutandosi con un cliff, il cordino del chiave, ormai vecchio. Con una protezione risistemata, il pass. diventerebbe relativamente sicuro. Usata NdA [anche friend micro e friend BD fino al n° 3]. Non abbiamo utilizzato chiodi.

Diedro Mayerl
L1 - Muro rotto: per fessure in lieve obliquo a dx, con strapiombino finale. Occhio a quello che si tira! (40 m. - V+).
L2 - Lungo il diedro (30 m. - V+).
L3 - Ancora lungo il diedro, superando un corto pass. strapiombante e unto (20 m. - VI+/VII-).
L4 - Impossibile sbagliare: sempre lungo il diedro (40 m. - V+).
L5 - Ultimi m. nel diedro, fino alla cengia (20 m. - V-).

Traversare per circa 300 m. a sx [noi lo abbiamo fatto in conserva lunga], aggirando lo spigolo del Pilastro di Mezzo ed entrando nella conca sovrastata dalle placche nere di "Mehisto". La via attacca su una cengia dietro un fungo di roccia alto circa 20 m..

Mephisto
L6 - Per vago colatoio che scende dalla dx del fungo di roccia alla cengia; la sosta [1 ch., mi pare], è alla base di una placca grigia appoggiata, poco sotto una rampa obliqua verso dx (60 m. - III).
L7 - Superare la placca e raggiungere e salire la rampa obliqua a dx. Sosta su 3 ch sul margine dx del terrazzino al termine della rampa (30 m. - V).
L8 - Tiro chiave: dalla sosta a sx [possibile proteggere il punto di fermata con un buon friend]; placca di aderenza fino a un buco (2 ch., non proprio ottimi), 1 p. molto secco per alzarsi al cordino in clessidra [Ao per entrambi], quindi o diritti alla cengia 1 p. su cliff] e in traverso a dx fino alla sosta [Andrea] o in traverso e in obliquo a dx fino alla cengia [così ho fatto io, da secondo] e di qui alla sosta [a metà cengia 1 ch - sosta su 2 o 3 ch, non ricordo] (20 m. - VII+/A2 per la versione "Andrea" o VII/A1 per la mia versione del tiro).
L9 - Placca in obliquo a dx sopra la sosta fino a una cengia; delle 2 fessure visibili sulla dx, io imbocco quella di sx, evolventesi in alto in breve camino strapiombante; poi per rocce rotte appoggiate alla base dell'evidente diedro terminale. Nessuna protezione sul tiro. Sosta da attrezzare (60 m. - VI).
L10 - Lungo il diedro, a tratti bagnato, fino al suo termine. 1 ch. sul tiro. Sosta da attrezzare (60 m. - VI-).

Per facili roccette (20 m. - II) si esce dalla parete (rel. 22 luglio 2010).

Un ringraziamento particolare a Dario di Cremona e al suo collega che, dal Pilastro di Mezzo, hanno accondisceso alle nostre insistenti richieste e ci hanno scattato le foto che posto qui sotto.




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Grande Muro
Messner, Frisch - VI+ (285 m.)
Itinerario piacevole, anche se su roccia delicata - ma ripulita - fino alla nostra S5 compresa.
Faticosi camini nella prima parte e belle placche fessurate nella seconda. Impressiona pensare a Messner e Frisch su questa parete con gli scarponi.
Lo sviluppo riportato nella rel. Planetmountain (non riporto il link perché più volte in altre occasioni, linkata una pagina del sito in questione, dopo un po' il link diventava inefficace) è eccessivo: l'itinerario non è di 500 m...

Attacco - Integrazione sulla rel. Planetmountain. Sull'avancorpo seguire gli ometti fin sotto una serie di salti verticali dove gli ometti sembrano sparire. La prosecuzione della traccia è a sx (nord), oltre una dorsale. Di qui per tracce prima a sx e poi a dx e per canale obliquo a sx e cengia a dx all'attacco della via.

L1 - Diedro - ramo di dx e non la bella lama verticale sopra l'attacco - con un breve tratto faticoso. Sosta su 2 ch nel mezzo di un muretto (o, più comoda, in una cengia pochi m. sopra, più a dx) (45 m. - V-).
L2 - A dx a un camino che si sale fino a una nicchia con ch. Appena sotto la sosta, tenersi a sx (40 m. - IV+).
L3 - Sempre nel camino, con arrampicata esposta. Sosta, non molto buona, dopo 40 m., alla base di una verticalizzazione del camino (40 m. - V-).
L4 - A sx della sosta per paretina, aggirando un primo tratto strapiombante del camino. Appena possibile entrarvi e salirlo - ora all'interno, ora sulla parete alla sua sx - fino alla grande cengia mediana (35 m. - V).
L5 - Per muro fessurato di roccia rossa, dubbia anche se ripulita, a sx, diritti e appena a dx. Sosta in nicchia (35 m. - VI).
L6 - A dx della sosta per fessura obliqua a dx e seguente diedrino. A una lama staccata a dx con esposta arrampicata, anche in discesa nell'ultimo tratto. Emozionante (40 m. - VI).
L7 - Diedrino sopra la sosta. Tenere sulla sx la fascia di strapiombini sopra la sosta e, appena possibile, traversare a sx fino alla base di una fessura verticale - poss. sosta - che si sale fino alla fine della parete. Tiro entusiasmante. Sosta da attrezzare sui massi d'uscita (50 m. - VI+) (Rel. 26 settembre 2006).
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Cima Scotoni







Via degli Scoiattoli
Lacedelli, Ghedina - VII-/A1-A2 (450 m.)
Via stupenda, assolutamente da ripetere. Il 2° tiro (A1-A2 o 7a), dopo i primi 5-6 m., presenta protezioni precarie (cordini vecchi e chiodi che si flettono sotto carico): complimenti a chi l'ha liberato. Il tiro successivo compie un lungo traverso ad arco verso destra, per rientrare poi a sinistra, puntando alla base di una fessura-camino (sosta). Salitala, si è alla base di un catino giallo. La via dovrebbe salire uno dei diedri soprastanti (roccia dubbia) per costringere poi ad un attraversamento strisciante sotto il tetto che chiude in alto la conca ("Il passo del leopardo", nella colorita descrizione di Gino Maffezzoni). Giovanni, dopo alcuni poco convinti tentativi lungo i diedri, preferì proseguire a sinistra (rampa, poi camino fessurato ben proteggibile, 1 passo di VI+/VII- alla fine) per arrivare direttamente alla cengia. Dopo due tiri in traverso sulla terrazza, si riprende a salire in obliquo a destra (in questo tratto non è facile individuare l'itinerario: si deve puntare a un sistema di diedri e fessure a destra degli strapiombi rossi che incombono mentre si obliqua. La relazione di Dinoia è sostanzialmente buona).
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Via dei fachiri
Cozzolino, Ghio - VI (450 m. - dislivello)
Via impegnativa, con un traverso tecnico su placca da cefalea, ripetuta nell'estate 2004. Ne ho fatto dettagliata relazione su Planetmountain, per cui non mi dilungo in questa sede. Come sosteneva il buon Guglielmo di Ockham, "Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem".
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Lagazuoi Sud
Via di Cipriani
Cipriani e c. - VII- (250 m.)
Sostenuti e ben chiodati i primi tre tiri. Poi la via diventa più facile (placche) e le protezioni svaniscono. Suggestivo l'ambiente nel quale si svolgono le ultime lunghezze.
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Cinque torri
Finlandia
Gstrein, Jokinen - VII- (120 m.)
Via molto bella, in diedro prima (friend medi utili) e in placca verticale e strapiombante a buone prese poi. Ripiego di classe.
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Dimai
Dimai - V (200 m.)
Bella via classica, con protezioni da V dolomitico (saltuarie). Friend e nut utili.
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Tofane
Tofana di Rozes
Costantini - Apollonio
Costantini, Apollonio - VI+/A1-A2 (500 m.)
Via dalla linea impeccabile (un lungo e lineare sistema di fessure che si segue dall'inizio alla fine). La sezione centrale è la più impegnativa (strapiombi gialli e rossi su roccia non proprio ottimale ripulita dai passaggi). Il 1° tetto (protezioni precarie: 1 chiodo ballerino, un mazzo di cordini infilati in non si capisce bene che cosa, 1 chiodo distante), se fatto in artificiale, risulta più agevole con "furbo". Se fatto in libera, occhio alle prese (unte). Segue un bellissimo tiro di VI continuo e ben chiodato e il secondo tetto (partenza viscida su diedro dalle pareti spalmate di burro con buone protezioni). Il passaggio della "Schiena di mulo" è spesso bagnato e con protezioni precarie (artificiale delicata - Un friend Camalot grande, che io e Giovanni non avevamo - potrebbe far superare molte ambasce). Non proprio immediata l'uscita (dopo un ultimo diedrino, traverso a sinistra fino al filo dello spigolo - sosta su spuntone; di qui facilmente ancora a sinistra fino alla forcella che conduce fuori).
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via Gilles Villeneuve
Leviti, Cemin, Mattioli- VII (500 m.)
Precisa la relazione di Iacopelli sul suo recente "Climbing Trips". Solo i chiodi da lui segnalati sotto la fessura strapiombante del 10° tiro non esistono (più). In compenso, ci sono nut in abbondanza nella parte alta della fessura (uno abbandonato dal sottoscritto), sempre che i ripetitori non siano stati meno imbranati di me e siano riusciti a recuperarli. Il tiro, nella sua prima parte, in libera è difficile da proteggere. Da secondo risolsi la sequenza con un incastro di spalla per riposarmi prima di partire e dulfer iper atletica sul margine dx della spaccatura, non sempre ottimale. Poi Ralf Steinhilber e io uscimmo per la Costantini - Apollonio sotto una pioggia che andava facendosi sempre più insistente fino a costringerci ad una sosta nella nicchia su spuntone prima dell'ultimo traverso a sx.  Attenzione, rientrando sulla C. A.: è possibile sia traversare nettamente a dx dopo la sosta in mezzo alla placca dell'11° tiro, sia proseguire diritti e obliquando lievemente a dx. Questa seconda alternativa sembra migliore e più sicura, almeno a giudicare dalle parole di Danilo Bonaglia.

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via COSTANTINI-GHEDINA
Costantini, Ghedina - VI- (545 m. alla nostra S14)
Bella via su roccia da buona a ottima. Qualche presa viscida nei punti più palpati e roccia delicata, ma ripulita sui gialli.
Ottima la rel della Scuola Graffer, reperibile a questo link.
Di seguito alcune integrazioni alla rel., come inevitabile datata e in alcuni punti imprecisa.

Attacco - Imboccare la cengia da cui partono "Costantini-Apollonio" e "Gilles Villeneuve". La via inizia al suo margine sx, prima che si esaurisca nei pressi di uno spigolo arrotondato.

L1 - 40 m.
L2 - 40 m.
L3 - Per favorire lo scorrimento della corda, meglio iniziare subito l'obiquo a dx, senza salire lungo il diedro. Sosta intermedia dopo 20 m. circa (55 m.).
L4 - Diretti sopra la sosta anziché nel diedro. i 2 ch di sosta non ci sono più. Possibilità di fermata nei pressi di 2 ch singoli, uno in corrispondenza di una strozzatura (scomodo) e uno sopra un comodo terrazzino. In caso contrario, si deve arrivare a S5 con un tiro da 65 m.
L6 - Alcuni ch nuovi. Integrazioni dopo schiodature? Se mi ricordo bene, 40 m. di tiro.
L7 - Traverso a sx. Al primo ch, in obliquo a sx fino a cengia. Per essa e per il seguente strapiombino in traverso a sx fino alla sosta scomoda (25 m.).
L8 - Alla fine del traverso, sosta intermedia. S8 della rel. Scuola Graffer o non c'è più, o ora ha 1 solo ch (25 m.).
L9 - Forse è meglio spezzarla in due, facendo sosta prima del diedro di V+. Ma i 2 ch della sosta intermedia non sono ottimali. Se si prosegue, o ci si ferma per fare sosta a una cl alla fine del traverso a sx (non ho trovato ch) o si attrezza sosta (per me 1 fr 4 Ande, 1 nut e fettuccia su spuntone) su pulpito qualche m. sopra (45 m.).
L10 - 30 m.
L11 - Abbondanza di cl di sosta. Io mi fermo a 1 cl 4-5 m. sopra il p. di V, integrando con un fr 2 Ande in buco (55 m.).
L12 - Tiro contorto con notevoli attriti di corda anche mettendo poche protezioni. Diverse cl lungo il tiro (di cui io non mi sono accorto!). Aguzzare la vista (55 m.).
L13 - Alla cl con cordino rosso meglio proseguire per altri 10 m. per diedro fino a cengia con buona cl di sosta (III) (50 m.).
L14 - In obliquo per muretto articolato. Dietro lo spigolo inizia il canale d'uscita. Sosta su spuntone e cl (20 m.).

A questo punto ci siamo slegati e siamo saliti a piedi per il fondo del canale. A meno di presenza di ghiaccio, comoda l'uscita dal canale a sx (1 ch di protezione per chi ne sentisse il bisogno) (III, 1 p.) (rel. 1 settembre 2006).






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Castelletto
la grande guerra
Sterni - Sacchi - Florit - VII+ (200 m.)
Bella via su roccia da buona a ottima, ben protetta a spit. I gradi non sono (fortunatamente) sostenuti come dichiarato sulla rel. Planetmountain.
Il tiro di 6c, con chiodatura distanziata, è un bel muro tecnico che richiede un'arrampicata intelligente, ma non difficile (1 spit "lungo" piantato in modo illogico fuori dalla linea di salita - più in alto vi è la possibilità di integrare le protezioni con un friend 4 o 5 Ande). Il tiro finale, dato di 7a, è, secondo le parole di Coltri, che con amici stava ripetendo la via davanti a Ginetto Maffezzoni e al sottoscritto, non più di 6b+.
Alla base macabri resti della Grande Guerra: una scarpa malridotta e frammenti ossei forse umani (una costola?). Da qui, presumo, il nome.
Per accedere alla parete, imboccare non la prima, ma la seconda indicazione per la ferrata Lipella che si incontra una volta valicato il passo. In caso contrario si è costretti ad una lunga ed inutile divagazione a destra.
Ultima nota: la parete è in pieno Ovest e riceve il sole solo a mattino molto inoltrato.
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Pacchia
Sterni,  Florit - VII+ (200 m.)
OS di soddisfazione nel giorno successivo alla ripetizione della Via dei Fachiri, a Cima Scotoni. Poco da aggiungere a quanto già riportato su Planetmountain, se non segnalare la sconcertante disomogeneità nell'attribuzione delle difficoltà ai tiri: penultima lunghezza con un singolo di 6b boulderoso e ultima impegnativa (mi chiedo quanti la ripetano).
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Spalti di Col Becchei
Thriller
VIII-/Ao (250 m.)
Via impegnativa e molto sostenuta: il 2° tiro di 7a non ha difficoltà così dissimili dai precedenti tiri di 6a+. Nel 1° tiro, anziché traversare a destra (non so dove avrei dovuto farlo) proseguii diritto (VII su dadi e friend distanti e non sempre buoni), trovando comunque una sosta (evidentemente altri sbagliarono prima di me). Non è semplice individuare l'itinerario nella sezione centrale, nella quale incrocia il fessurone di Los Angeles: io feci sosta nel camino sotto gli spit del tiro di 6b (clessidre). Ralf Steinhilber unì le due lunghezze seguenti senza riuscire al primo passo di 7a, ma gli venne a vista il 7a seguente.
Le calate si fanno in corrispondenza non di un abete (rel. Planetmountain), ma di un pino. All'ultimo punto di calata alcune grandi gocce possono bloccare la corda (come avvenne a noi, nonostante le precauzioni): abbassare bene il nodo. Una cordata che era salita su un'altra via scese a piedi costeggiando la parete a Ovest (soluzione preferibile: le calate non sono sempre ottimali).
Racconto - Una strana estate
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Tre cime di Lavaredo
Piccolissima
Via Cassin
Cassin - VII- (300 m.)
Ralf, Giovanni e io salimmo alle Tre Cime in una giornata di tempo interlocutorio (cumuli si addossavano minacciosi alle pareti) e attaccammo la via rassicurati dai consigli di una posteggiatrice.
Beh, mai fidarsi delle posteggiatrici: alla sosta del primo tiro in placca sopra i gialli, la tempesta ci piombò addosso inesorabile. Secondo la relazione di Planetmountain di lì si sarebbe potuto traversare a sinistra su cenge fino all'intaglio tra la  Piccolissima e Punta Frida. Non è così: a sinistra della sosta vi sono placche facili che poi si verticalizzano. Ralf, sotto la grandine, traversò a sinistra, poi scese 4 metri, traversò ancora ed entrò in un camino nel quale fortunatamente trovò una linea di calate (50 m. di doppia su strapiombi fino al fondo del canale). Recuperate le corde dell'ultima doppia, dal canale scese l'onda di piena (avessimo impiegato 5 minuti di più, saremmo stati travolti). Mai fidarsi delle relazioni in generale (e di quelle di Planetmountain in particolare).
La via è comunque bella. Il tiro di VI+ sui rossi presenta più possibilità di salita: a destra (placca nascosta), diritti (chiodi nuovi su fessura strapiombante all'apparenza sostenuta), a sinistra (fessura verticale con roccia poco compatta e su chiodi vecchi). Io optai per la sinistra.
Il tiro di VII- ha molti chiodi... precari.
Racconto - Una strana estate
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Lastoni di Formin
Supertegolina
Piardi, Tremolada - VII/VII+ (300 m.)
Via bella su roccia ottima in ambiente magnifico. Prima di arrivare all'attacco, Gino Maffezzoni ed io incrociammo un branco di camosci.
I gradi della relazione Planetmountain sono, secondo me, imprecisi e fortunatamente benevoli. Credo sia una mossa voluta da parte degli apritori: è meglio essere ricordati per aver garantito ai ripetitori di passare a vista su gradi "alti" piuttosto che per averli indotti a maledire il giorno in cui... hanno deciso di salire l'itinerario. Tuttavia ritengo rischioso gradare le vie in maniera disomogenea all'interno di un medesimo sito: il 6c di Supertegolina è almeno un grado sotto il 6c del tiro finale della Soldà a Punta Penia ed è protetto molto meglio.
In ogni caso, complimenti agli apritori. La linea è elegante e chiodata come si deve (per una via sportiva).
Questi i gradi tiro per tiro (secondo me), con alcuni suggerimenti  per chi intende ripetere la via.
1° tiro, 6b di fessura con due passi di blocco. Scaldarsi i muscoli, onde evitare lesioni al bicipite del braccio destro (come stava accadendo a me, motivo per il quale mi fermai, bruciandomi la libera, per piazzare un friend in artif. dopo aver aspettato che la contrattura si sciogliesse).
2° tiro: 6b+ placca ascendente verso destra. Astuzia.
3° tiro: 6c, se di sta sulla linea degli spit, un passo di blocco al 3° spit, in corrispondenza del kevlar in clessidra: è difficile il moschettonaggio del cordino. Più facile traversare a destra bassi e poi salire diritti.
4° tiro: 6c di continuità. Astuzia e movimento.
5° tiro: 6b, faticoso.
6° tiro: 6a, diedro di impostazione, non banale.
7° tiro: V. La relazione suggerisce di salire senza via obbligata. "Quod ego feci", proseguendo, "alla vecchia", dopo aver superato lo strapiombo iniziale e il seguente canale, per camino e successiva lama. Ma la via sale più destra, per placche (spit poco visibile alla prima cengia che si incontra salendo).
8° tiro: 6b+, faticoso, solo 10 metri. Poi la via devia a destra per entrare in un canale appoggiato. Se si vuole scendere in doppia, è meglio calarsi dalla sosta che si incontra all'imbocco del camino.
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Civetta





Torre Venezia
Via Ratti - Panzeri
Ratti, Panzeri - V+/Ao (400 m.)
Bella via su roccia buona, tranne all'attacco (lunga cengia, con tratti friabili, da percorrere verso destra fino alla fessura in corrispondenza della quale inizia la via). Il tiro di V+/Ao è liberabile: chiodatura buona e ravvicinata.  Essendo ad una delle mie prime avventure dolomitiche mi emozionai in maniera indebita e tirai una protezione. Grande esposizione su tutte le lunghezze. Verso la fine c'è un fantastico tiro di IV su roccia nera a buchi. La discesa, come è noto, è complicata. Per questo non me la ricordo neanche un po'.
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Cima del Bancon
Via Gabriel - Da Roit
Gabriel, Da Roit - VII/A1 o VIII- (605 m.)
Viaggio di ritorno, in auto.
Commento di Giovanni: "Sai, Sandro... Per migliorare il tuo sito, dovresti infarcire con più fantasia le tue relazioni... Insomma raccontare più palle...
E magari scrivere di argomenti più bukowskiani..."

Argomenti più bukowskiani...
"Mmm... Sì, insomma...", lo guardo, perplesso.

Ma lui prosegue: "E raccontare più palle...".
"Mmm... Ottima idea...", aggiungo ironico.

Metacommento di Dario Sandrini: "Sandro... Non scrivere più  delle vie che facciamo... Tanto tutto è uguale a tutto... Non ci sono più vere imprese... E raccontare le salite che si fanno toglie loro autenticità..."

Riflessioni profonde, insomma.
E, forse, un accenno di svolta editoriale per questo umile sito.
Quindi, questa settimana, a titolo sperimentale, due introduzioni alle salite del week end: una vera e l'altra falsa.
Agli sporadici lettori capire quale sia l'una e quale l'altra.
E alle ancora più sporadiche lettrici, un "perdonatemi" in anticipo per il bieco maschilismo intrinseco in quanto seguirà.
Ma, se devo scrivere alla Bukowski, sia.
La colpa è di Giovanni...

Prima intro
Le tromboamiche del dolomitista
Tutto iniziò in falesia, durante l'allenamento del giovedì.
Il discorso, non so come, cadde su un argomento hot: le tromboamiche.

Il termine, presente nei posti più diversi anche in altre forme ("trombamiche", "scopamiche", e simili), ha in tutti i casi un'unica accezione: femmina umana, di evidente natura mitica, sempre disponibile, e senza condizioni, alle più svariate e bollenti attività sessuali.

Dario e io, arrampicatori duri e puri, ignari dell'argomento, eravamo intervenuti nella discussione con un unico, laconico commento: "Interessante, la storia", senza nemmeno sospettare che quello che stava avvenendo era un presagio di quanto ci sarebbe accaduto nel fine settimana.

Sabato sera.
Ore 20,30.
Arriviamo al Vazzolér, dopo la Gabriel-Da Roit (attaccata tardi perché il sottoscritto non ha sentito la sveglia e si è alzato solo dopo che Dario e Giovanni sono venuti a tirarlo giù dal letto, a casa).
Sappiamo di avere solo per miracolo le nostre tre misere brandine nel bivacco invernale: il gestore attende una comitiva di ben 54 ospiti.
Entrando nel rifugio per una birra, scopriamo che i 54 ospiti sono allieve infermiere fiorentine salite al Vazzolér per una sessione formativa montana al cospetto di quelle maestose pareti.
7 di loro sono con noi, nello stanzino basso del bivacco.

Non vi dico come andò la notte...
Per farla breve, nonostante lo stravolgimento fisico e la birra, e nonostante il mio pipino che, sulle prime, proprio non ne voleva sapere, furono ore di fuoco...

All'alba, alle 4.30, la sveglia del mio orologio suonò ancora una volta invano...

Seconda intro
I trombi cerebrali del dolomitista disidratato
Tutto come sopra, fino al rientro al rifugio.
I 54 ospiti attesi al rifugio sono membri di una sezione fiorentina del CAI in adunata, sempre sotto le stesse monumentali pareti.
Birra e valutazione con Ivan Maghella - anche lui al Vazzolér, ma con l'obiettivo di salire la Messner al Castello di Busazza - su che cosa fare il giorno dopo.
La Gabriel-Da Roit ci ha prostrati.
Quindi niente vioni.
Beh, insomma...
Al massimo la Castiglioni alla Busazza...

Alle 4.30, sveglia.
Dario chiede: "E' la nostra?".
Sì, è la nostra, purtroppo...
Giù dalla branda.
Colazione, mezz'ora abbondante di cammino fin sotto la ovest della Busazza e poi, in ossequio alla rel. Kelemina, un'ora per roccette arrivando a margine sx degli strapiombi basali.
Perdiamo tempo cercando di aggirarli a sx, ma... Niente da fare: non si passa: o è cambiata la montagna, o è sbagliata la relazione.
Giù e, per ghiaioni, alla Torre di Babele.
Ivan ci ha parlato bene della Soldà.

Alla base della parete mi scappa da pisciare.
Mi intrufolo in una profonda spaccatura a sx del canale tra Torre e Gnomo.
Dario fa: "Come è pudico Sandro...".
Ribatto: "Sai com'è... Volevo infilare il mio pipino in questa vagina cosmica".
E Dario: "Ah, ho capito... E' una penetrazione simbolica...".
"Molto simbolica", dico.
"Hey", interviene Giovanni. "Lì volevo metterci la mia roba da mangiare in fresca".
"Troppo tardi", concludo.

Saliamo la via abbrustolendoci per bene; Dario maledice il fatto di non trovarsi, in una giornata così gloriosa, su una grande parete a combattere allo spasimo; io riesco a perdere le doppie in calata; e, Giovanni, tra un saltello e l'altro sui massi del canalone di discesa, inizia a elaborare i suoi perfidi suggerimenti letterari.

Disidratati, nel nostro cervello il sangue si condensa, non abbastanza da causare trombi mortiferi, ma a sufficienza da suscitare gli sconclusionati dialoghi di cui all'incipit.

Quindi, all'incipit, è ora possibile tornare.
E ripetere la lettura del testo ad libitum...
Anzi ad libi...
No, meglio di no...
Troppo scontata, come chiusura...

Mah...
Non è venuta un granché...
Che ne dici, Gio'?

Integrazioni all'ottima rel. Rabanser.

L1 - Per rocce verticali ma facili fino a un ch. Sosta da integrare (50 m. - IV-).
L2 - In obliquo a sx per placca tecnica poi più o meno diritti fino a una cengia. A dx a una macchia di mughi a cui si fa sosta (45 m. - IV).
L3 - In obliquo a sx per rampa fino a una lama; dopo di questa diritti fin sotto un tetto, a dx e in obliquo a dx per muretto tecnico alla sosta (45 m. - IV+).
L4 - Appena a dx della sosta, poi diritti per placca compatta; puntare a un ampio diedro sotto un tetto giallo; sosta da attrezzare con friend (50 m. - IV+).
L5 - Tiro con linea non facile da individuare; a sx della sosta, diritti su placca; appena possibile a sx, aggirando uno spigolino; di nuovi diritti per fessura; poi - mi pare - a sx e, per placca articolata, diritti fin sotto una fascia di strapiombini; oltre, su una comoda cengia, la sosta sotto una fessura obliqua a dx (50 m. - V).
L6 - Per la fessura obliqua fin sotto un tettino fessurato (lasciare a sx grandi tetti gialli); oltre il tettino a sx per cengia e rampa fino a terrazzino con mugo (55 m. - V+).
L7 - A dx per terrazze, poi diritti tagliando la cengia mediana (Bancon) fino a un avancorpo appoggiato alla parete; sosta da attrezzare (50 m. - II).
L8 - Salire sull'avancorpo per il camino che questo forma sulla sx con la parete; al suo vertice diritti e a sx fin sotto una fessura verticale con cordone e ch; al suo termine a dx alla sosta (20 m. - V+).
L9 - A dx fin sotto il tetto; lo si supera (1 p.a. per me; in libera per Giovanni Mostarda e Dario Sandrini) poi diritti nel soprastante camino e a dx fino a 2 ch; si sale la soprastante placca fessurata e si arriva alla sosta per successiva fessura; bel tiro (20 m. - VII/A1 o VIII-).
L10 - Tiro chiave. In traverso a sx fino al secondo ch; da questo diritti per placca di difficile lettura (diversi ch, non tutti buoni), fino a cengia; per questa a dx alla sosta (25 m. - VII-).
L11 - In obliquo a dx per diedrini a una cengia sulla quale si traversa a dx fin sotto la lama staccata (55 m. - V-).
L12 - Lungo la lama, poi 2 m. a dx e quindi a sx sotto un sistema di strapiombi inclinato da dx a sx; sosta su cengia (40 m. - VI+).
L13 - In obliquo a sx per la continuazione del sistema di strapiombi fino a poterlo rimontare a dx; quindi per diedro impegnativo alla sosta (35 m. - VI-). Una cordata, domenica, ha salito la rampa sotto gli strapiombi fino al suo termine ed è poi salita alla cengia di sosta; difficoltà: ?
L14 - Sul fondo del diedro fino a 2 ch; a questi traversare a sx per qualche m. e salire diritti per bella placca fino al camino a sx del tetto che chiude il diedro (40 m. - V).
L15 - A scelta, a sx o a dx della sosta (a dx poss. 1 passo secco), si oltrepassa un muretto e si sale alla cresta tra parete E e parete O (25 m. - a dx 1 p. VI se si sta nei pressi della sosta; più facile molto più a dx) (rel. 17 luglio 2007).










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Torre di Babele
Via Soldà
G. e I. Soldà - V+/Ao (400 m.)
Raccomandabile per la qualità della roccia e la linea elegante. Gradi sostenuti.

Attacco - Si sale nel canale tra Gnomo e Torre di Babele e, passati sotto un blocco incastrato, si arriva alla cengia da cui inizia la via.

L1 -  A dx sulla cengia fino a un diedro; se ne salgono 3-4 m. e si traversa a dx fino a una cengia; quando questa scende, traversare a dx per placca (1 ch) fino a una sosta quasi nei pressi dello spigolo della Torre (35 m. - V-).
L2 - Diritti per fessura sopra la sosta; a un'evidente cengia traversare a sx fino a un punto di fermata (si è sulla verticale del diedro del primo tiro; forse è possibile arrivare a S2 senza il lungo giro descritto (25 m. - V-).
L3 - Sopra la sosta per fessura e poi più o meno diritti fino a un ultimo salto verticale servito da 1 ch; a una stretta cengetta a dx, a una sosta in nicchia; occhio alle merde di sosta! (40 m. - V+).
L4 - Diritti sopra la sosta; a una cengia sotto un tetto a sx fino a un punto nel quale gli strapiombi cedono; oltrepassarli; diritti per qualche m. ; poi in obliquo a sx per rampa e bella placca a grandi prese fino a una cengia; per questa a sx a un punto di fermata sotto un evidente diedro; piazzare bene le protezioni (40 m. - V).
L5 - Salire il diedro fino al suo termine, in una nicchia sotto grandi strapiombi; sosta da attrezzare in clessidra (35 m. - V).
L6 - Salire la fessura-camino strapiombante sopra la sosta (ottime prese); al suo termine, alla cengia mediana, traversare a dx e aggirare lo spigolo Sud della Torre; alla base di un bel diedro fessurato, la sosta (55 m. - V+).
L7 - Salire lungo il diedro; dopo circa 35 m., sotto un muro a scaglie, traversare a dx di 4-5 m. (40 m. - V+ sost.).
L8 - Diritti e in obliquo a sx fino a una cengia (poss. sosta comoda, a 8 m. dalla precedente); per la cengia a sx fin sotto un diedrino; salirlo, uscendone a sx verso la fine e proseguire più o meno sul filo di spigolo per bella roccia; Dario attrezza sosta dopo 30 m. (2 nut e 1 fr) (30 m. - VI-).
L9 - Diritti per rocce articolate, ma non banali fino a un terrazzino (sosta attrezzata, a ca 8 m. dal punto di fermata di Dario); alla sua dx salire un diedro; al termine più o meno diritti fino a una cengia sotto un diedrone di roccia in apparenza non molto solida (30 m., mi pare - V).
L10 - Salire il diedro; al suo termine a dx per faticosi muri verticali di roccia molto buona; Dario attrezza sosta in corrispondenza di un terrazzino sotto i gradoni finali (55 m. - V sostenuto).
L11 - In obliquo a dx per facili rocce fino alla cresta terminale (25 m. - II/III).

Discesa - Dalla cresta piegare a dx (Nord-Ovest) fino a una forcella sul filo con uno spuntone e cordoni di calata; noi - mea culpa - siamo scesi a sx, faccia a valle (Sud Ovest); molto meglio scendere in obliquo a dx, faccia a valle, in parete piena (Nord Ovest - non scendere nel canale sottostante!); una doppia da circa 30 m. porta a una solida calata con cordone viola su terrazzino. Le calate a sx sono vecchie e male attrezzate (rel. 17 luglio 2007).    








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Torre Trieste
Via Cassin - Ratti
Cassin, Ratti - VII+/Ao (750 m.)
Ripetuta recentemente con Filippo Nardi, Beppe Lupezza e Renato Santulli. Via che avevo sottovalutato (Ginetto Maffezzoni mi aveva raccontato di averla ripetuta in 6 ore), ma che mi impegnò a fondo. Linea tortuosa su roccia non ottimale nella 1° parte (fino alla 2° cengia), con diverse possibili alternative di salita. L'ultimo torrione (300 m.) presenta invece una roccia compatta, a tratti unta, lungo una linea impeccabile. 1 p. a. sull'ultimo tiro dato di VI-/A2 sulla guida Kelemina (liberabile, ma non ebbi il coraggio di affidarmi a una presa ballerina, né di consolidarla con un ben assestato colpo di martello). Gradi molto sostenuti: sia la rel. Kelemina che quella Dall'Agnola propongono difficoltà i cui corrispettivi su roccia sono equiparabili a quelli che si ritrovano in Marmolada).
La discesa è, come è noto, complessa e, almeno per come la abbiamo fatta noi, si svolge, nella prima parte compiendo una specie di spirale attorno alla Torre, partendo da Ovest. Si scende tramite corda fissa nel grande intaglio che divide a metà la cima: un'asola al termine della fissa permette di calarsi ad una cengia sottostante da percorrere verso Nord fino ad una doppia in camino. Calatisi, si traversa ancora a Nord verso una forcella (tra Torre Trieste e Busazza) che dà sul versante Est. Di qui, tre doppie fino ad un allargamento del canale. A destra di questo (Nord) una cengia di roccia compatta in 10 m. porta ad un fittone resinato. Due ulteriori doppie conducono ad un'altra ampia cengia (posto da bivacco), sulla quale si traversa a destra (Nord) per 40-50 m. (1 p. delicato di III) fino ad un altro fittone. Con 2 doppie si è alla 2° cengia (dove noi bivaccammo, essendocela presa un po' troppo comoda durante la salita). A questo punto si prosegue (ometti) sul vertice di uno sperone ghiaioso, fino a piegare a sinistra (Est) seguendo l'evidente traccia per prendere una calata su fittone (il famoso mugo secco dal quale ci si calava una volta non esiste più). Un'altra calata nel sottostante canale permette di scendere ad un anfiteatro che si taglia verso Est (tracce) per andare a prendere l'ultima linea di doppie (4) in un canale ancora più a Est. Attenzione ai sassi (Info giugno 2004).
Durante la discesa, stremato, mi arrabbiai inutilmente con Renato e Beppe. Chiedo pubblicamente venia.
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Pale di San Lucano
Seconda Pala
Via degli Antichi
Massarotto, De Biasio - VII- (1400 m.?)
In primavera avevo letto "Pale di San Lucano" di Ettore De Biasio.
E mi era rimasto impresso un nome: "Via degli Antichi".
Ci avevo fatto anche qualche pensierino all'inizio dell'estate.
Poi era arrivato il caldo, rendendo impossibile la salita.
E poi di nuovo il freddo, a rincarare la dose.
Quest'anno niente, pensavo.
Per questo venerdì non credevo ai miei occhi, quando le previsioni su internet davano per il fine settimana l'anticiclone delle Azzorre su tutta Europa con un indebolimento dell'alta pressione che avrebbe portato sulle Alpi nuvolosità ma non precipitazioni.
Condizioni ideali per la Seconda Pala.

Dario Sandrini era già pronto a partire.
Bastava solo l'ok meteo.
E così siamo andati, "... all'inferno e ritorno".
Un labirintico inferno di rocce, prati verticali e boschi sospesi, abitato da grilli, ragni crociati, camosci, corvi, gracchi, aquile e altri esseri misteriosi che sembrano andare vagabondando per le pareti marcando con le loro orme ogni toppa erbosa.

Che siano gli Antichi, non più disturbati dalla presenza umana e ora liberi di vagare in ogni anfratto del loro inquietante regno immersi nell'assordante silenzio del vuoto?

Una relazione insolita, questa. Quasi esistenziale. Ho perso un po' la tramontana salendo. E i riferimenti sono diventati imprecisi, rapsodici.
Poco male. La relazione di De Biasio sulla sua guida è accurata. Solo si presti attenzione ai gradi (orientali DOC - quando si legge "IV+", almeno in relazione a questa via, è il caso di iniziare a preoccuparsi) e alle lunghezze di alcuni tiri, secondo la nostra esperienza sottostimate.

Attacco - Già, dove attacca la via? Sul fondo secco del Boral, che noi nemmeno siamo in grado di trovare e nel quale incappiamo dopo aver girovagato un po' per il contorto bosco alla sua sx idrografica.
Comunque...

Primo tratto, slegati, su rampa erbosa.
A dire la verità, imbocchiamo il camino che la delimita a dx. Bastano i primi dieci metri per capire che stiamo entrando in... qualcosa di diverso. Appena possibile usciamo dal camino a sx per iniziare una danza tarantolata tra toppe erbose, arbusti e alberelli, cercando di sviluppare nel più breve tempo possibile la sensibilità necessaria a capire se quel ciuffo d'erba, verde e tenero, ritorto, terrà. O se terrà l'altro, dagli steli sottili e ingialliti. Gli arbusti, poi, vanno tirati nella direzione giusta. E le rocce affioranti scosse con cautela prima di affidarvici il peso. Intanto nell'aria c'è l'odore di un'erba strana, che sa di limone. E forte è anche il profumo di fieno maturo. E di pino mugo.
I grilli continuano a cantare, incuranti dell'adrenalina che scorre a fiumi nelle nostre vene e ci sbarra gli occhi.
Risolviamo un primo vicolo cieco traversando a dx grazie a una vaga pista di toppe che ci riporta sul fondo del diedro a dx.  Ma ci troviamo rinchiusi in un altro vicolo cieco. Siamo costretti a tirare fuori la corda per superare un corto diedrino strapiombante, IV+, per me con due zaini (sono il secondo) anche V+.
Poi a sx per bosco, fino al margine dx del grande colatoio bianco che scende dal catino della parete sud.
Dario fa una lunghezza in scarpe da ginnastica. Tre protezioni in circa 50 metri. Dopo che sono partito, mi fa: "Forse è meglio se metti le scarpette". Me ne rendo conto subito e serbo la lezione per il tiro dopo.
Con le scarpette, un altro bel V (che altrove sarebbe anche VI-). Sudo freddo in più occasioni, pianto 2 chiodi e faccio sosta, 50 metri dopo, a un gruppo di ginepri a destra. Che si dovesse stare più a destra, nel bosco sospeso oltre i miei ginepri?
Siamo in ritardo. Secondo la relazione dovremmo essere al cengione sotto la parete Sud-Ovest in cinque ore. Ma ne sono passate tre e a mla pena abbiamo fatto trecento metri.
Dario va a destra per mughi e poi rientra nel canale più in alto, dove la pendenza si attenua.
Un altro tiro facile e siamo nel catino alla fine della prima parte della Gogna.
Adesso dovremmo, dice la chiara relazione, scendere per cenge. Ma noi, slegatici, nella fretta seguiamo la linea che ci sembra più logica e saliamo. Una prima rampa e  una seconda. Poi è Dario a dire: "Guarda che dovremmo scendere".
Una doppia.
Altra rampa ascendente a sinistra. La seguiamo fino in cima, scendiamo il pendio che vi si nasconde dietro e siamo ancora bloccati. Pulpiti boscosi che danno sul vuoto.
"Scendiamo ancora", fa Dario, "a quella cengia laggiù".
Una doppia da 30 non basta.
Se ci caliamo ancora, sarà molto difficile tornare indietro. Almeno da dove siamo venuti.
Lascio un mio cordino arancione in una clessidra e mi calo di altri 20 metri. Dario mi raggiunge.
Proseguiamo un altro po' per il boschetto sospeso finché non arriviamo al suo termine, un nido d'aquila che dà sul vuoto. O, meglio, che dà su un anfiteatro nel mezzo del quale scende un grande colatoio. Che sia il colatoio della relazione (quattro tiri di IV con passi di V/V+)? Una decina di m a dx e in alto, sul fondo del gran diedro che delimita in quella direzione l'anfiteatro, si intuisce una rampa vegetata.
Sono le 18,30. Tardi.
Ragionamento ad alta voce di Dario: "O saliamo di lì", e indica il colatoio. "Sembra articolato. O saliamo di lì", e indica la rampa. "Arriviamo a un boun posto da bivacco, dormiamo e domani mattina decidiamo se continuare o scendere": abbiamo dato fondo a più di metà delle nostre scorte d'acqua.
Ragionamento tra me e me del sottoscritto: "Di qui non scendiamo proprio. Mi sa tanto che l'unica via d'uscita è in alto...".
Scegliamo la rampa erbosa: 100 m. circa di arrampicata delicata, con una strettoia impegnativa che, in scarpe da trekking, ci fa tribolare (IV+).
La rampa dà su un catino alla base di un canale-camino. Sulla sua sx una placca di roccia articolata. E sulla dx, in una nicchia, la stella alpina più grossa che abbia mai visto.
E' ora di ritirare fuori corda e scarpette.
Faccio io un primo tiro: fessura per entrare nella placca articolata. Poi punto a una macchia di mughi per proteggermi (l'ultimo friend è una ventina di metri più in basso). Ma i mughi, quelli buoni, sono a sx, irraggiungibili: un canalino di erba verticale e terra mi sbarra l'accesso alla loro base. Non mi resta che accontentarmi di un mugo cresciuto non so come in un buco di 4-5 cm. di diametro sul margine sx di uno strapiombino. Mi ci assicuro in qualche modo e salgo lo strapiombino mormorando giaculatorie (V/V+). Poi a dx nel canale, ora appoggiato, ne supero un tratto verticale inerbato scavandomi le prese nelle zolle e, appena possibile, piego a sx, fuori dal canale. Sosta su mughi, dopo 60 m.
Dario mi raggiunge. E' stato davanti per quasi tutta la salita ed è stanco. Mi chiede di fare anche il breve tiro che sembrerebbe portarci a una cengia con mughi, posto da bivacco molto migliore della stretta striscia di terra su cui ci troviamo ora. Il buio sta avanzando.
Salgo un canalino a dx della sosta tarzanando una fascia di mughi che scende alla sua dx e arrivo sotto una nicchia il cui margine superiore, strapiombante, è coperto di mughi. Diritti non si sale. Sfratto due ragni crociati che hanno fatto casa davanti alla nicchia, mi proteggo in qualche modo con mughi e un friend e supero l'ultimo ostacolo a sx (strapiombino con comodini in bilico - V/V+) salendo nel soprastante canale erboso. Dopo 20 m., sopra una macchia di mughi, una nicchia in lieve pendenza potrebbe consentire un bivacco.
Recupero Dario che è quasi scuro.
Risistemiamo la nicchia per renderla più accogliente, mangiamo qualcosa e ci infiliamo nei sacchi a pelo.
In alto il cielo è splendido.
E intanto i grilli cantano, sedando le nostre inquietudini.
Di notte sogno di essere in giro. Con amici sono impegnato in una lunga camminata. Un bambino ci indica dove trovare acqua in un posto in cui sembrerebbe non essercene.

Alle 6.00 mi sveglio di botto.
Non ho sentito la sveglia. Neanche Dario.
In breve siamo pronti a ripartire. A sx non si prosegue: muri compatti. In alto idem, ma con fessure erbose. A dx un sistema di cenge sembra portare ai piani superiori e in particolare al cengione obliquo sotto la parete Sud-Ovest. E' ancora Dario ad avere l'intuizione giusta. Dopo 60 metri di camminata siamo alla base di un vago pilastro a sx di un colatoio.
Parte Dario, questa mattina.
50 metri di tiro, difficile da proteggere. Prima diritti, poi in obliquo a dx, oltrepassando una rigola erbosa e poi ancora diritti per fessure (V+ nel complesso). Dario fa sosta a una nicchia, con chiodo (!), molto vecchio, artigianale (!!!). Anch'io trovo il mio chiodo, fratello del precedente, 10 metri sopra la sosta, a proteggere uno strapiombino (V). A salita conclusa Dario dirà di aver visto chiodi simili sul diedro Casarotto.
Tentativo del vicentino alla parete Sud-Ovest non andato a buon fine? Miotto? I cencenighesi? Gli agordini?
Di sicuro questa non è la linea giusta degli Antichi. Stiamo arrivando alla grande cengia troppo da dx.
Sosta su mughi dopo i soliti 50 m e dopo il solito tratto di canale verticale inerbato. Dario arriva alla cengia con altri 35 metri di arrampicata facile. Poi io salgo fino alla base della grande parete superando 25 m di mughi: sotto la roccia dovrebbe essere più facile camminare. Sopra di noi fantastiche fessure su un muro giallo impressionante.
Traversiamo a sx per 200 metri circa, in conserva lunga, fino a una conifera sotto l'unico punto debole della parete: una fessura-camino erbosa.
Tocca di nuovo a me. 40 metri di tiro in camino con un IV+ che raccomando, al solito da interpretare, difficile da proteggere, erboso e abitato da schiere di ragni crociati. Sosta su spuntone e ginepro.
Poi a Dario, sempre nel camino, passando poi a un suo ramo più a dx. Sosta 40 metri dopo. Non troviamo traccia del chiodo segnalato nella rel. De Biasio.
Il tiro successivo dice "fine del camino, fessure oltre la linea di strapiombi a dx e, quando possibile, 7 metri in obliquo a dx fino a un esposto terrazzino, 40 metri, IV+. E' proprio così. Attrezzo sosta con 1 ch, 1 friend e un nut.
Dario vorrebbe poi andare a dx. In effetti si va a dx per 2-3 metri fino a uno spuntone, dal quale si torna a sx fino a una cengia con mughi. Al suo lato sx una fessura permette di salire ancora qualche m fino a un terrazzino più alto, a sx. Dario attrezza sosta con 2 ch (45 metri?, non ricordo).
Lo raggiungo. In alto a sx la nicchia ben visibile in una bella foto a due pagine della guida di De Biasio. Solo che i mughi, in 25 anni, sono diventati grandi e frondosi.
Parto. Dopo 2/3 metri trovo un chiodo ballerino. Dentro dev'essere piegato: non esce né si riesce a ribattere. Un reperto della solitaria invernale di Ferrari?
Salgo ai mughi, ci lotto un po' tenendomi alla loro sx ed esco a dx per rampa obliqua con ingresso delicato su toppe d'erba (scavarsi gli appigli, V-, 25 metri scarsi). Alla base di un compatto diedrino, come da relazione, la sosta: un bel chiodo a lama fa la sua bella figura lì, in mezzo al niente.
Dario vorrebbe salire il diedrino. Io lo invito a leggere meglio la relazione: c'è un altro diedro più a dx, le cui potenziali difficoltà sembrano più coerenti col V- della relazione. E così parte: traversino a dx e diedrino con uscita erbosa delicata e difficile, più difficile della mia sul tiro precedente, almeno V+. Dopo 25 metri scarsi su rampa obliqua un ch di sosta.  Dario si ferma.
A me tocca il traversone a dx. Laggiù si vedono i mughi a cui dovrei arrivare. Ci sono due possibilità: linea di cengia superiore e linea di cengia inferiore.
Dario mi suggerisce di stare alto. Io punto alla cengia sopra e, poco prima di arrivarvi, trovo un ch in fessura. Che il buon Alison abbia trovato ghiaccio, qui? Quindi inizio a traversare. A circa metà tiro, per evitare troppi saliscendi, supero 6-7 metri di placca compatta ma facile, arrivo a una oblunga nicchia erbosa con strana vegetazione all'interno e la solita schiera di ragni crociati in agguato all'esterno (un piccolo mondo alieno), continuo a traversare su toppe erbose ("Ma chi diavolo passa di qui? Camosci, uomini, che cos'altro?",  mi viene da pensare. Quasi tutte le toppe usate durante la salita sembrano segnate dal passaggio... O forse è l'acqua?) e arrivo fino alla macchia dei mughi. Sosta. 55 metri, IV.
Dario, come da relazione, va a destra, fino a una grande nicchia, ottimo posto da bivacco, ne esce a destra e rientra a sinistra per placca con pochi movimenti di IV molto sostenuto (facciamo V-). Poi attrezza sosta su chiodi dopo 50 metri e mi recupera.
Ancora a me il traversone, questa volta a sx, fino alla base del camino che scende dal Campanile dei Camosci. Al momento di piazzare la seconda protezione, mi fischia a valle il Camalot viola piccolo di Dario. 50 euro andati...
A un certo punto la cengia si sdoppia.
Alti o bassi?
La relazione dice "alla base". E io vado alla base, basso. Non trovo il chiodo promesso dalla relazione. Forse è più sopra. Salgo di 4 metri fino a un punto che potrebbe ospitare la sosta (e che corrisponde alla posizione da cui sembra scattata la foto sul tiro chiave della guida). Ma, in affanno per la qualità della roccia, tra le erbe che intasano la fessura non trovo niente. Allora vado a dx, per esile cengia che da dx arriva, seguendo il ramo alto della cengia che prima ho abbandonato. Niente neanche lì. Torno a sx nel camino. Niente. Mi rassegno. Vado a dx, attrezzo una brutta sosta su spuntone, cattivo friend in fessura svasata e nut discreto e recupero Dario. Dopo le prime bracciate, alla mia dx, in una comoda e grande nicchia gialla, vedo un chiodo.
Il sole mi sta friggendo il cervello...
Dario arriva in sosta e, dopo un tentativo poco convinto, sapendo di essere sul chiave, torna indietro, attrezza sosta alla nicchia (per eventuali ripetitori, è a circa 45 metri dalla sosta prima dell'obliquo, lungo il ramo alto delle cenge che arrivano da dx), mi recupera e riparte.
Pianta un chiodo per lasciare lo zaino prima di impegnarsi nel tratto difficile e, tra le erbe, dove io non avevo visto niente, trova il chiodo promesso dalla relazione.
Rinfrancato, parte.
Solo un po' di affanno per salire, in libera, il muro appena strapiombante tagliato da fessura alla sua dx (VII-? - 30 metri). Poi arriva in una nicchia e fa sosta, così può recuperare il suo zaino.
Anche a me, nonostante lo zaino sulla schiena, il tratto riesce in libera. Più difficile il ristabilimento su terrazzino erboso che la fessura strapiombante nei pressi del chiodo.
E adesso tocca a me. Per guadagnarmi la salita, devo superare una rivoltante fessura strapiombante e inclinata a sx che promette ben più del V+ anticipato dalla relazione. Lascio lo zaino a Dario e parto. Un friend alla base, poi incastro di spalla destra (in canottiera e con le spalle ustionate dal sole) e altro friend (5 Ande) all'inizio del tratto ostico. Dario mi suggerisce di stare esterno, in spaccata. Riesco a mettermi in posizione. Poi afferro una prima presa a sx, buona, mi alzo, chiudo una seconda presa a sx, vado per alzare il piede destro e... strack. La presa mi si disintegra tra le dita. Volo, morbido, in strapiombo.
Il friend ha tenuto.
"Tutto bene", fa Dario.
"Sì, sì...".
Riparto. Il friend ha 2 camme girate, ma sembra ancora in grado di fare il suo dovere. Alzo il friend sotto. Non si sa mai.
E ne aggiungo un altro. Non si sa mai.
Poi parto.
Incastro di spalla destra, spinta di piede sinistro e incastro di spalla destra. La tecnica strisciante sembra funzionare (V+ più VI abbondante che V+).
Un buco liberatorio mi permette di alzarmi nell'ampia e oscura nicchia soprastante. Dario vorrebbe che mi fermassi a recuperare il mio zaino. Ma non riesco a trovare un punto per proteggermi. Allora salgo ancora, fino alla base di una fessura sotto un tetto nero che sembra chiudere il camino.
Attrezzo sosta su clessidra, nut e friend (25 metri) e recupero Dario (che, con il suo zaino in spalla sale la fessura con arrampicata esterna!) e il mio zaino. Mentre lo faccio, tra un sospetto e l'altro sulla tenuta della sosta, mi viene da pensare a come dev'essere l'antro d'inverno. E a come dev'essere salirlo da soli.
Dario parte e, con intuito, sta esterno. Gli scatto due foto d'altri tempi - saranno venute? Poi supera un'ultima strettoia (V). La corda scorre più rapida, ora. Sosta dopo 35 m.
Io, qualche problemino a risolvere con eleganza la strettoia, ce l'ho. Il volo mi ha provato.
Quindi 40 metri di facile camino per me (1 p IV e poi II/III). Sosta su masso incastrato.
E 50 di camino appena più impegnativo (IV) per Dario. Sosta su mugo millenario sulla forcella in vetta al Campanile.
Io attraverso la forcella ricoperta di mughi e salgo canalini e muretti prima diritto e poi a dx, fino a una cengia con mughi. Sosta (35 m - III+).
Poi Dario, per placca (ottimi buchi e clessidre) in lieve obliquo a sx sopra il punto di fermata. Supera una fascia di mughi e fa sosta a una cengia più in alto e a sx (40 metri - IV).
A me l'ultimo tiro.
Io andrei diritto sopra la sosta, aggirando un dorso e prendendo la rampa retrostante, sotto uno strapiombino. Ma Dario mi vuole mandare a sx, per placca verticale a buchi. Vado a sx, ma sto più a sx di quanto vorrebbe Dario. Dietro, oltre uno spigolo arrampicabile, un caminone. Sono stufo di camini. Prendo lo spigolo (III max, clessidre) fino a una cengia con mughi e, oltre, più a dx, un clessidrone. Ancora più a dx un canale erboso. Forse è finita. Faccio sosta al clessidrone (30 m) e recupero Dario.
Dario entra nel canale, sale a una spalletta con mughi e mi fa salire.
Ci sleghiamo.
Un stretto e facile canale di 50 m tra i pinnacoli ci porta a un dorso erboso sotto un anfiteatro che sembrerebbe chiuso. In realtà una cengia a dx conduce a un altro anfiteatro superiore. Per la cengia e per vago dorso al suo termine raggiungiamo la macchia di mughi terminali e usciamo in cresta.

In fuga dal buio scendiamo all'acqua, a Malga Ambrosogn (alla malga non se ne trova; bisogna scendere per qualche centinaio di metri - lineari - lungo il sentiero per Cencenighe; oltre il guado del ruscello c'è una fonte di ottima acqua pulita; l'acqua del ruscello è... hem, lassativa).
Ci abbassiamo di altri 300 metri di dislivello e bivacchiamo in un prato umido.
All'alba scendiamo a valle, scrocchiamo un passaggio all'autobus di linea grazie alla gentilezza del conducente e alle 9.30 siamo all'auto.
Lavatici e prima di partire, troviamo sul tergicristallo un biglietto zuppo d'acqua. E' di Ettore De Biasio, che ci fa i complimenti e ci chiede di chiamarlo per informarlo sulla salita.
Lo avevamo incontrato ancora sabato, proprio al parcheggio, ma, nella foga di partire, non lo avevamo riconosciuto.
Anche domenica era venuto a controllare che non ci fossero problemi.    
Ci ha fatto da discreto angelo custode per tutta la salita.
Che lusso...
E che salita...
(rel. 5 settembre 2006)




























Relazione visuale - Via degli Antichi
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Torre del Boràl
Via della Solitudine
L. Massarotto, E. De Basio - VI (1500 m.?)
Penitenziagite n° 38.

Laggiù, in fondo al boràl,
dove cielo e inferno si incontrano.
Laggiù, in fondo al
boràl,
dove gli Antichi mormorano


Mi scuso per il tardivo aggiornamento.
Ero rimasto indietro col lavoro.
E avevo problemi compositivi.
Li ho risolti così: relazione lirica, lunga come la via.
E, se non capite, pasiensa.

Domenica 12.
Ore 8.30.
Ultimo caffé al bar Centrale di Agordo. Poi alla base dello spigolone della Terza Pala.
Guardato prima dell'attacco, dà sempre una vaga sensazione di nausea, quasi ad anticipare la fatica che seguirà.
Attacchiamo il pendio non dal bosco alla sx idrografica del canale, ma da quello alla sua dx, pulito per recenti lavori di taglio.
Arriviamo rapidi alla prima fissa, allungata con tratti viola, e su diritti per canali fino al Col di San Lugan.
La giornata, come da previsione, è calda.
Qualche problema solo per arrivare alla cengia obliqua che riporta sul fondo del boràl a causa dei mughi: quest'anno sono cresciuti vigorosi per le abbondanti piogge e hanno chiuso alcuni varchi che in primavera avevamo trovato percorribili. Fin qui 3 h.
Imboccata la cengia, puntiamo al boràl.
Due tiretti di corda nel tratto terminale, il primo su erba (30 m. - EIII), il secondo su rocce smosse (IV) [evitabile con possibile calata su cordone] fanno da ultima barriera alla realtà separata.

Siamo dentro.
Un ronzio costante, come se in giro ci fosse un grande nido di api o vespe, riempie l'aria.
Altro tiro di corda [Dario non piazza protezioni] per aggirare sulla sx un primo salto (60 m. - III+).
Poi fa: "Lassù - oltre un altro salto a gradini non proprio sani - c'è il diedro di IV. Riavvolgiamo le corde e arrampichiamo slegati. Dobbiamo fare in fretta: siamo in ritardo".
Salgo sotto il diedro.
Provo a salire diritto, sulla verticale: smarzo.
Provo a salire a dx, per vago spigolo: smarzo. Tutti gli appigli che prendo si staccano con ampie porzioni di roccia circostante.
"Tira fuori le corde, va là...".
Dario entra nel diedro da dx e poi lo sale fino al suo termine, uscendone ancora sulla dx per ripiani a balze. IV creativo (facciamo V - 60 m.).
Passo davanti.
70 m. su risalti friabilotti sulla dx orografica del boràl rientrandovi sul fondo non appena possibile, in uno ristretto spiazzo ghiaioso. Ho la gola già arsa. E sento acqua gorgogliare, appena più sopra, irraggiungibile.
Fin qui 6 h. Siamo proprio in ritardo.
Comunque la via attacca da qui.
Io, da stupido, ho salito lo zoccolo con i pantaloncini, giusto per offrire il mio corpo in sacrificio alle zecche.
E, nonostante qui ne abbia la possibilità, ancora sudato, non indosso i pantaloni lunghi, perché non sento la fresca aria di fessura che scende dal canale. Scelta molto sbagliata.
Rampa inclinata a sx per Dario (35 m. - III).
La prima sezione su costole oblique sotto strapiombi neri tocca a me: cengia, muretto verticale a gradoni appena verso sx, a dx per costole, aggiro a dx un primo tratto verticale a blocchi sospesi e rientro a sx all'unico terrazzino comodo in quel mondo di costole oblique (45 m. di sviluppo, 30 m. di corda fuori - V-). Lascio un ch universale di sosta.
Ancora obliquo a dx su costole per Dario: gli ci vogliono 10' per superare un primo tratto ostico [quello della foto sulla guida di De Biasio, nel quale, se ricordo bene, Massarotto avanza in un cupo ambiente temporalesco]. Oggi le condizioni sono molto più favorevoli: il cielo è limpido e la giornata luminosa. Ma Dario non riesce a trovare una sequenza di movimenti da IV che gli consenta di superare lo strano passaggio. Ha gli scarponi, vero... Però...
Alla fine passa con i piedi sulla costola e le braccia a stringere un rigonfiamento liscio del muro soprastante, io quasi strisciando sotto la gobba e a cavallo della costola con delicati movimenti di aderenza per mani e piedi. Bel IV, non c'è che dire... (45 m. - V+).
Ancora in obliquo a dx per costole e cengette. Dovrei trovare un ch in un camino dopo qualche m. in discesa. Ma non trovo niente (45 m. - III+).
Dario traversa, incappa nel camino, scende, ch (30 m.).
Io in obliquo verso dx alle nicchie nere; roccia delicata, sosta su spuntone (30 m. - IV). Comincio a soffrire la fresca aria di sepoltura che scende dal boràl. Meglio che mi metta i pantaloni lunghi.
Dario aggira il bordo della nicchia a dx e poi temporeggia a lungo, là dietro.
Io, intanto, mangio e bevo qualcosa. E, con manovre equilibristiche, riesco anche a togliermi l'imbrago e a coprirmi meglio le gambe.
Ma ormai il guaio è fatto: in testa mi si sta risvegliando un dolore cupo, martellante.
Qualche avanti e indietro della corda. Dario chiama sosta e mi recupera.
Giro lo spigolo. Muro a buchi di VI, protetto da un ch a U che tolgo con le dita. Poi lama obliqua a dx e sosta su una cl (30 m. - VI).
De Biasio: "III-IV".
Mi immagino quei due, sotto i temporali, salire una via così.
Il boràl che ruggisce carico di acque rabbiose.
Il cielo cupo e cattivo.
Questo non è alpinismo.
E'... arte?
Un'opera d'arte la cui creazione richiede che il primordiale sia uno con la dissoluzione di ogni mito, l'amarezza con la furia, la volontà di vita e il coraggio di sognare al di là di ogni disillusione.
"Via della Solitudine... Che storia ci sarà dietro? 'Solitudine? solo perché qui siamo in un posto nemmeno da lupi?", me lo chiedo più volte, mentre aspetto in sosta che Dario finisca il tiro o mi raggiunga dove sono arrivato.

Continuo in obliquo e in traverso a dx fino al colatoio di rocce bianche che scende dal canale tra Torre e Spiz.
60, 70 m. e non trovo un punto per fermarmi.
Solo fessure muschiose, che non accolgono chiodi. Alla fine accetto il compromesso di 2 ch così così e recupero Dario (70 m. - III/IV). Avrei fatto meglio a salire di un'altra decina di m., entrando nel fondo del canale, e recuperare Dario da lì.
Lo farà lui (35 m. - II).
Poi circa 40 m. di conserva breve.
Io sarei per fermarci lì a passare la notte: nel canale ci sono diversi spiazzi; e ormai sono le 18.00, poco più di 50' di luce.
Ma Dario ha visto una nicchia - o spera di averla vista - più in alto. E vuole bivaccare lì.
Sarà angoscia da fondo di boràl o più probabile desiderio di alzarsi ancora qualche tiro, riducendo il numero di metri di arrampicata che ci aspetta domani?
Riparte portandosi a dx, in piena parete.
Purtroppo il terrazzo appena sopra il canale non è un terrazzo; e la nicchia che intravediamo più in alto non è una nicchia.
Quindi avanti per l'evidente fessura-canale che ci darà la direttiva di salita per i prossimi 2/3 del pilastro (45 m. - IV).
Arrivo in sosta col buio. Il mal di testa mi ottunde.
Toccherebbe a me. Ma non amo arrampicare di notte. E sono infastidito perché Dario non si è fermato a bivaccare più sotto, sul comodo.
Dario intuisce. Andrà avanti ancora lui.
Mentre parte, sorge la luna (la solita fortuna), una luna immensa, impressionante, che se ne sta lì nel mezzo della "V" che le vertiginose pareti della Seconda e della Terza Pala creano divaricandosi verso l'alto dal fondo del boràl.
Sto in sosta e faccio sicura.
Dario è più in alto, da qualche parte [ogni tanto vedo la sua frontale tagliare con lame di luce il buio].
Attorno a me sporadici, acuti strilli di pipistrelli che mi esplorano col loro sonar.
"Sosta, vieni", fa Dario.
Niente nicchie da bivacco neanche lì (45 m. - IV).
Bisogna salire ancora.
A dire la verità, l'arrampicata notturna inizia a piacermi.
In quel buio mi sento protetto.
Parte una scarica. Due blocchi mi passano vicino. Ma io mi credo al sicuro e nemmeno mi muovo: i sassi non mi colpiranno.
Illusorio potere del non vedere...

Poi Dario si inchioda.
Non sale né scende.
Ha trovato un potenziale posto da bivacco, ma ha preferito proseguire ancora un po' alla ricerca della nicchia che non c'è.
E ora è sotto un camino liscio: "Con gli scarponi non riesco a salire".
Mi recupera.
Tocca a me. Via lo zaino. Mi incastro di corpo, traziono e striscio fuori in un tratto inclinato di canale; più sopra una nicchia quasi comoda: 2 m. di profondità, strettina, ma quasi orizzontale. Ci si può dormire.
Intravedo una cengia in alto a sx. Per scrupolo salgo una difficile paretina fessurata e vado a controllare che la nicchia da bivacco non sia lì.
Non è lì.
Recupero Dario fino alla nicchia sottostante, mi calo e ci attrezziamo per il bivacco.
Io dormo [beh... dormo...] più in basso, di traverso nel canale, con i piedi puntati sul bordo di fronte e la testa incastrata in un diedrino dietro di me.
Dario su un blocco appena più alto.
Bivacco onirico, tra una punta di probabile febbre per bronchite a evoluzione fulminea, pareti illuminate dalla luce lattiginosa della luna e cielo [lo spicchio di cielo sopra di noi] tempestato di stelle.
Alba.
Colazione con thé.
Il mal di testa è passato.
Parto io: Dario, con gli scarponi, avrebbe problemi su quel tiro che De Biasio, laconico, grada "V-".
Rifaccio la paretina fessurata e torno a dx, nella continuazione del canale-camino finora salito.
Sarà anche il primo tiro della giornata...
Ma ho fatto VI più facili, in Dolomiti (25 m. - VI-).
In sosta un ch, segno di altri passaggi dopo l'apertura.
Il tiro dopo è un altro "V" che ha tutta l'aria di esserlo con licenza poetica. Meglio che resti davanti io. La rel. recita: "placca di bella roccia compatta".
Parto.
Friend in fessurino. Traverso a dx in placca, agevolato da due tacche risolutrici. Ora un muro appena strapiombante, a prese buone, ma balorde e con diversi gradini all'apparenza staccati, mi separa dall'ingresso in camino. Mi alzo a sx, per proteggermi con friend in una spaccatura [calcite ai bordi: il friend non terrebbe; ma ormai lì l'ho piazzato e lì lo lascio]; ridiscendo un m. e traverso a dx fino a una fessura migliore: un friend, un altro friend e poi nel camino; roccia slavata e lavorata, da colatoio; diverse strozzature; quando il canale muore sotto strapiombi, a dx, a una cengia con mughi; 1 ch a lama dei primi salitori, sosta (50 m. - VI).
In obliquo a sx per vago spigolo e paretine fino a un terrazzo con mughi. Portarsi sotto lo spigolo (50 m. - II/III).
Aggiro lo spigolo, su per bella placca articolata, tratto su erbe e poi ancora su rocce articolate, dall'aspetto sano, ma pericolose: più di qualche pilastrino si smuove non appena lo tocco; uno di questi si stacca e precipita verso Dario, 50 m. sotto (55 m. - V-). Sosta su spuntone.
Per rocce articolate sulla sx del filo fino alla vetta dell'anticima della Torre (40 m. - III).
Sul filo di cresta e tagliando in costa una conca erbosa sul versante sud fino a un larice di sosta (55 m. - II+).
Diritti per spigolo, puntando a un diedro di belle rocce articolate. Al suo termine a sx a un pendio ghiaioso. Ancora a sx fin sotto l'ultimo salto della parete. Sosta su friend e cl (70 m. - IV).
Per vago diedro e camino in vetta alla Torre del Boràl (40 m. - IV).
Calata attrezzata da 35 m. Sosta su spuntone. Adesso bisogna salire sulla vetta della Torre di Lagunaz.
Dario dice: "O attraversiamo a sx, nel catino ghiaioso, e risaliamo le fessure dell'altra volta. O diritti fino allo spigolo SE della Torre. La rel. dice: 'III'. Vai tu?".
Non ci sono alternative.
Devo andare io: nella migliore delle ipotesi Dario con i suoi scarponi impiegherebbe 45' a concludere il tiro, nella peggiore avrebbe i suoi bei guai anche solo a passare l'ultimo tratto di cresta, un muro verticale, che abbiamo visto bene dalla vetta dell'altra Torre [mai arrampicato sul VI slavato con gli scarponi? Provare per credere...]
Vado, col mal di testa, qualche probabile linea di febbre, stanco, disidratato, lento come un palombaro.
Ma non vado a fondo.
Salgo.
In obliquo a sx e diritto fino a uno spuntone con cordone, ancora diritto fino a lame fatiscenti, traverso a dx allo spigolo; il tratto finale sembra facile; ne salgo i primi 7-8 m. e mi trovo sotto il fatidico muretto.
Non è facile.
Ribatto un ch che trovo sul posto e aspetto l'ispirazione.
Sotto di me, tutti assieme, i 1.500 m. di boràl che ho salito.
La testa mi scoppia.
La corda mi tira giù.
Lo zaino mi tira giù.
L'abisso mi tira giù.
Entra in funzione il motoneurone tèutone: "Tu mette piede lì und afferra in dulfer fessura und prende tacca und esce dalla parete".
Eseguo.
Sono fuori.
Rampa a dx e mughi, 55 m. - V+.
"Sosta, vieni!".

L'altra volta non lo avevo notato: la vetta della Torre è al centro delle Dolomiti.
A sx le Pale di San Martino, a nord-ovest la Marmolada, a nord-est le Tofane, appena più in là la Civetta.
Tre doppie e siamo giù.
In discesa sono costretto a infrattarmi due volte per svuotare gli intestini.
La prima volta una zecca mi fa sua vittima.
La seconda volta me ne accorgo e sono io a terminare lei.

In valle di San Lucano è freddo: il torrente scende portando con sé un'umida e infida corrente d'aria gelida.
Nei boschi il ramato dei faggi, il rosso degli aceri e il giallo delle betulle è come un incendio spento dalla fuga del sole.
Scendiamo lungo la strada, valichiamo il fondo ormai innocuo del boràl e arriviamo all'auto.

Un biglietto sul tergicristallo: "Dove siete stati? Ettore".

Ciao, Ettore.
Dove siamo stati?
Piacerebbe saperlo anche a me.
Ma, forse, tu ne sai più di noi...


V - Sai, vero, che non c'è nessuna realtà separata?
D - Sì.
V - E che il ronzio che sentivi sul fondo del boràl erano api e non gli Antichi?
D - Lo so.
V - E che il mormorio che sentivi al catino d'attacco non erano aganes [ninfe delle sorgenti], ma acqua?
D - Lo so.
V - E che gli "zzinnn" che ti circondavano nel buio, in sosta lungo la fessura-camino, non erano spiriti dell'aria, ma pipistrelli?
D - Sì.
V - E allora perché l'eserga di attacco?
D - Perché così a me piace.


Itinerario iniziatico.
Riservato a chi sappia quello che sta facendo.
Da evitare in periodi di tempo instabile: il primo tratto di salita si svolge sul fondo del Boràl di San Lucano [che, con piogge, credo sia molto, ma molto pericoloso].
E pensare che De Biasio racconta di una prima salita "[...] funestata da continui temporali [...]".
Facile alpinismo esplorativo, come si commentava poco tempo fa su Fuorivia [non riesco a ritrovare il topic]?
Mah...
Preferisco lasciar parlare l'intro della guida di De Biasio: ""Le Pale di San Lucano sono montagne diverse. Si entra e si esce, in un mondo totalmente a parte. [Sono pareti] '... imperiosamente superiori alle Marmolade, alle Civette, ai Burèl...'" [cit. Gogna, mi pare].
Davvero è così...

Noi abbiamo usato ch, friend fino al 2 BD e nut medi (rel. 15 ottobre 2008)





















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Terza Pala
Via Santomaso-Conedera
Santomaso, Conedera - VI-/VI+ (1480 m.?)
Via sconcertante (ma qualunque linea su questo impressionante bastione penso che lo sia).
Solo per cordate molto consapevoli. Commento di Dario Sandrini dopo la salita: "E' la via psicologicamente più impegnativa che abbia mai fatto". E se lo dice lui...

Avvicinamento - Integrazione alla rel. De Biasio: pervenuti al "Col de San Lugan" (i boscaioli salivano fin lassù per fare legna!), dopo il tratto pianeggiante, tenersi sul vago filo di cresta, mantenendosi però più sul fiancoche dà verso il "Boral di San Lucano" e proseguendo sul dorso del pilastro che, seppure alberato, si fa via via più ripido. Si lascia sulla dx una prima cengia erbosa il cui imbocco è caratterizzato da una zona di alberi abbattuti e si sale un'ulteriore verticalizzazione dello zoccolo. Oltre questa, poco sotto la ripida zona a mughi che porta all'attacco dello "Spigolo Tissi-Andrich", in corrispondenza di un'altra zona con alberi abbattuti, si incontra una seconda cengia che punta al fondo del Boral. La si imbocca e dopo circa una cinquantina di m. si nota un doppio diedro scuro alto 25 m. e sormontato da strapiombi.

L1 - Salire il ramo di dx del diedro e, quando questo si esaurisce sotto uno strapiombino, rientrare a sx e salire la faccia dx articolata del diedro. Al suo termine a dx per cengia. Sosta su mugo dopo 15 m. (o, forse meglio, qualche m. prima su mugo e pilastrino) (40 m. - V).
L2 - In traverso a dx su placca tecnica con finale strapiombante. Uscire in una zona a mughi e proseguire diritti con faticosa arrampicata (50 m. - V). Forse la via originale piega in obliquo a dx nella zona a mughi.
L3 - Diritti per corridoio di roccia tra mughi ma con numerose e faticose tarzanate sui rami delle conifere da parete (in alcuni tratti strapiombanti!). Appena possibile obliquare a dx per rampa di mughi sotto una placca compatta (55 m. - V/V+).
L4 - Si percorre la rampa fino al suo termine, si supera la placca sul suo margine dx e si obiqua a dx puntando a un larice secco dal quale si traversa - anche in discesa - a una cengia (discreto posto da bivacco) (35 m. - V). L2, L3 e L4 sono i tiri più duri e faticosi della via!
L5 - Dal margine dx della cengia si scende a dx fino a imboccare un gran diedro bianco visibile anche dal basso. Io sono salito sulla sua faccia dx, entrando sul fondo solo a circa 2/3 per uscirne dopo qualche m.. Dopo circa una lunghezza di corda il diedro spiana. Ch rosso di sosta lasciato dai primi salitori (io ho fatto sosta più a dx) (55 m. - V/V+).
L6 - Si percorre la rampa inclinata a dx in cui si esaurisce il diedro (in un ultimo tratto su erba) (40 m. - IV-).
L7 - Per facili rocce si aggira a dx un breve tratto strapiombante e si torna a sx, a prendere un diedrino inclinato a dx che porta a una cengia, qualche m. a dx di un diedro di roccia bianca (25 m. - IV). Sosta non facile da attrezzare.
L8 - Si sale il diedro bianco fino al suo termine. Un solo passo strano (40 m. - V/V+).
L9 - Ancora per diedro (stando a dx nel primo tratto) fino alla cima di un pilastro (30 m. - V-). Sosta da attrezzare a ch (o a un mugo macilento sotto la continuazione della via).
L10 - A sx della sosta per fessura fino in cima a un pilastrino (ch a lama rosso dei primi salitori poco sopra il vertice), poi in obliquo e in traverso a sx per bella placca ben proteggibile con un solo pass. delicato (45 m. - V+).
L11 - Si sale la lama staccata sopra la sosta (VI- se interni; VI+ se esterni, come ho fatto io, ingombrato dallo zaino), si obliqua a sx per rampa e successiva fessura, si traversa a dx puntando a un'evidente nicchia, ne se esce a dx e per vasta rampa inclinata da dx a sx si sale al vertice sx dei grandi strapiombi soprastanti. Sosta su clessidra (da qualche parte dovrebbe esserci anche un ch dei primi salitori) (55 m. - VI- o VI+).
L12 - A sx fino al termine della rampa, ancora in traverso a sx per cornice e poi diritti puntando a un varco tra i mughi. Sosta sotto una fascia strapiombante (35 m. - IV-).
L13 - A questo punto probabilmente ho sbagliato. Forse i primi salitori hanno superato la fascia di strapiombi più a dx. Comunque... A sx su cengia fino a un punto debole della fascia strapiombante posto a circa 10 m a sx rispetto alla nostra sosta. Supero lo strapiombo e salgo la successiva, bella placca a buchi assecondando l'andamento a "S" di una sorta di concavità nella placca e passando sotto uno strapiombo inclinato da sx a dx. Ne esco a dx, salgo in lieve obliquo a sx fino a una zona di mughi, la supero e, arrivato sotto roccia viva, traverso a sx, alla base di un evidente facile camino inclinato a sx (50 m. - V+).
L14 - Lungo il camino fino a un pulpito sullo spigolo. Qui ci ricongiungiamo con la "Tissi-Andrich". Sosta di calata (con moschettone lasciato dal sottoscritto), la prima delle 6 (o 7) lungo i camini a sx dello spigolo (faccia alla parete) (35 m. - III+).
L15 - Tratto pianeggiante tra mughi, muro mugoso, canalino a sx e paretina con strapiombo fessurato a sx di un brutto camino. Oltre questa, per rocce articolate al vertice di un pilastrino (50 m. - V).
L16 - Passa davanti in pianta stabile Dario, in modo da non perdere tempo nello scambio di materiale. Sul filo dello spigolo per rocce articolate passando a fianco di un grande larice rinsecchito (55 m. - III).
L17 - Sempre ora di qua, ora di là dello spigolo per rocce facili (55 m. - III).
L18 - Breve tiro contornando a dx un cimotto. Sosta su clessidra dopo 30 m. (30 m. - III).
L19 - A sx puntando di nuovo allo spigolo. Salire una rampa alla sua dx e fare sosta a una clessidra sotto l'anticima alla base di un diedro articolato (50 m. - III).
L20 - Lungo il diedro articolato per rocce facili fino all'anticima (IV - 40 m.?).

La cima si può raggiungere con facile arrampicata lungo evidente cresta.

Discesa - Integrazioni alla rel. De Biasio. Le calate iniziano nella fascia di mughi appena a Est dell'ometto di anticima (vecchia fettuccia arancione nascosta).
1 CD - Circa 50 m., tenendosi a dx (faccia alla parete). Il 2° ancoraggio è tra mughi alla base di un pilastro a dx (faccia alla parete) del canale di discesa.
2 CD - Circa 55 m., puntando al versante dx del canale che piega a sx. Sosta tra mughi.
3 CD - Circa 40 m., fermandosi in un punto nel quale il canale spiana.

Puntare a sx (faccia a monte - Sud) a un forcellino dal quale si imbocca una serie di rampe e canalini vegetati che, in circa 55 m., porta a uno spiazzo erboso con larice. Da qui salire qualche m. e poi ancora traversare a sx per rocce facili fino a poter scendere a un cocuzzolo ricoperto di mughi rinsecchiti dopo circa 50 m.. Dal cocuzzolo scendere un canale alla sua sx (sempre faccia a monte - Sud) e traversare a sx fino a una zona di mughi sulla verticale del larice incontrato in salita (fettuccia di calata lasciata tra i mughi). Raggiungere in CD (4 CD - un kevlar verde lasciato) il pianoro del larice, scendere per qualche m. tramite un canale alla sua dx (faccia a monte) e usare un ancoraggio sul posto per scendere in doppia (5 CD) al primo dei 6 ancoraggi nei canali a dx dello spigolo (se c'è ancora il moschettone che ho lasciato, è un vecchio moschettone ritorto color bronzo e con l'asta nera), nel punto di congiunzione tra la nostra variante e lo spigolo.

6 CD - Calarsi tra i mughi tenendosi alla dx del canale (50 m. circa). Iniziare a dire le preghierine perché le corde non si incastrino!
7 CD - Ancora tra i mughi. Dario non ha trovato la calata e ne ha attrezzata una tra i mughi dopo circa 55 m.
8 CD - Tra i mughi puntando a sx al caminone, pulito da vegetazione. Ci si ferma in un punto nel quale spiana, prima di una zona fitta di mughi (50 m.).
9 CD - Attrezzata da Dario in mezzo ai mughi per scendere a un pinetto a dx (15 m.)
10 CD - Dal pinetto fin sul fondo di un altro punto nel quale il caminone spiana (45 m.?).
11 CD - A dx del ripiano, nascosta in una nicchia tra i mughi, la calata, rinforzata con un cordone arancione di Dario (55 m.).
12 CD - Non ricordo la sede dell'ancoraggio. Comunque calata in obliquo a dx fino al vertice dello zoccolo. Se c'è ancora la corda di Dario, rimasta incastrata sul posto, può essere vostra facile preda...  
   
Toccata terra, puntare al vertice del dorso del pilastro e scendere un primo salto ricorrendo a provvidenziali mughi.
Nella discesa, il terzo giorno, per la presenza di fango, abbiamo attrezzato brevi doppie anche nel tratto di zoccolo poco sotto l'attacco della nostra via (2 da 30 m.) e poco prima del "Col di San Lugan". Quando il Colle si esaurisce in ripidi pendii boscosi sopra l'ultimo salto di rocce, cercare l'esile traccia di discesa tenendosi verso il Boral di San Lucano e scendere per canali fin quasi sull'orlo del salto. Quindi traversare a dx (faccia a valle) fino a un caratteristico faggio a più fusti dal quale si scende di una decina di m. e si traversa a sx ripercorrendo a ritroso la cengia di salita e giungendo alla prima delle due ultime doppie da 30 m. ( 25 m. di statica sul posto) che conducono al tratto a pioli infissi dai boscaioli.
Utile, in salita sullo zoccolo, predisporre ometti per contrassegnare gli svincoli critici, difficili da riconoscere in discesa (rel. 1 maggio 2007)











Relazione visuale - Santomaso-Conedera
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Via Tissi-Andrich [con uscita per - presunta - var. Casarotto]
Tissi, Andrich - V+ (1480 m.?)
Nel quarto penitenziagite post-pasquale 2008, Dario Sandrini e ddt salgono lo spigolo Tissi-Andrich alla Terza Pala di San Lucano con l'intenzione di percorrere poi le Creste di Milarepa e insaccarsi così - in particolare ddt - scorte e scorte di inumano.
Ma, arrivati in cima, trovano la neve, molta neve.
E siccome ddt su ghiaccio e neve è un impedito totale, sono costretti a ripiegare: proseguire sarebbe troppo pericoloso.
Quindi bivaccano sull'anticima della Terza Pala, su uno stretto ripiano ai confini tra l'abisso dello spigolo sud, che - per quanto possa sembrare strano - conduce al mondo degli uomini, e la terra - quasi - orizzontale del mondo di sopra, di un'agghiacciante bellezza non per umani, che non saprei su che cosa dia.
Infine si calano per l'infinito spigolo e l'intricato zoccolo [mai più una terza volta!], arrivando a fondovalle vivi e con tutte le ossa integre e al loro posto, ma con la mente un pochino...
Beh, avete capito...

Dalla sua spedizione nell'oltremondo ddt ha riportato nel mondo di qua:
  1. il fischio di un camoscio [ora sa non "quando" ma almeno "dove" "figliano le camozze": sulle Pale di San Lucano; e, a Dio che nel turbine sfida Giobbe chiedendogli: "Sai tu quando figliano le camozze?" - Gb 39,1 - potrebbe ribattere: "Non ancora, ma mi sto organizzando"...];
  2. il canto e il volteggiare di un'aquila [l'aquila della Terza Pala];
  3. la vista di un'aspide, l'aspide più bella che abbia mai incontrato, bianca e con una marcata quadrettatura nera sul filo della schiena [vista da Dario per primo];
  4. una zecca sul braccio, subito sfrattata;
  5. il ricordo di una notte, luminosissima nella sua oscurità totale [in senso letterale: non c'era la luna, ma - forse per la neve - si disinguevano in modo netto i profili delle montagne intorno, come se emanassero una luce propria];
  6. una bella dose di inumano, al punto che i due, ora, quando aprono gli occhi di notte, emettono un fascio di luce e non hanno più bisogno della frontale; i produttori di led possono iniziare a preoccuparsi.
Tutto vero, tranne l'ultimo punto.
E c'era bisogno di ribadirlo?
Altrimenti, visto che giochiamo di fantasia, arrivati in cima, avremmo potuto, come dicevamo scherzando durante il viaggio di andata in auto, usare il teletrasporto di Star Trek per tornarcene a casa senza il minimo sforzo e senza passare l'oscura notte luminosa che invece abbiamo trascorso al gelo lassù

Se si cerca una via di bella roccia e dalla linea elegante, meglio puntare ad altro.
Salire l'insidioso zoccolo per i pochi tiri belli finali difesi da centinaia di metri di canali e spigoli ricoperti da erbe e mughi presuppone altre aspettative.
Come al solito, appena ci si alza sopra il boral, l'esperienza diventa soverchiante.

Materiale usato: cordini, qualche friend medio-piccolo e medio, qualche nut di analoghe dimensioni.

Avvicinamento - Integrazione alla mia rel. precedente: qualcuno ha tracciato - con nastro in plastica del tipo "lavori in corso" - una linea di salita e di discesa sul tratto di zoccolo sottostante il Col di San Lugan.
Si presti molta attenzione, dopo la fissa, alla fine del traversino a sx [quello che inizia col pass. su muretto servito da cavo metallico arrugginito] a non piegare subito a dx verso un segnavia che si intravede in alto: noi abbiamo seguito quella linea in discesa trovandoci costretti a un pass. delicato [IV] proprio sopra il salto.
Meglio salire diritti e in lieve obliquo a dx fino al faggio con molti tronchi segnalato nella mia prec. rel. e da lì cominciare ad obliquare a dx.
Prima o poi i segnavia ricompaiono, per svanire poi in modo misterioso poco sotto il salto che lo zoccolo compie tra prima e seconda zona di alberi abbattuti.

N.B. - Ho molti dubbi su lunghezza e sviluppo dei tiri. L'erà avanza e la memoria se ne va...

L1 - Rampa erbosa verso dx (30 m. - III).
L2 - In traverso e in obliquo verso sx usando mughi vari - e, più o meno in mezzo al tiro, una breve fessura - fino al filo di spigolo. Il chiodone "Tissi" non c'è più. Allungare bene le protezioni (30 m. - V-)
L3 -In traverso a sx aggirando una fascia di mughi, poi diritti fino a un terrazzino inclinato sotto un camino (40 m. - IV-).
L4 - Io sono salito per una paretina all'immediata dx del camino. Al suo termine a dx tra i mughi fino a un larice con calata. Poi mi sono alzato ancora nel canale soprastante fino a far sosta su mughi. Per evitare gli attriti meglio salire diretti nel canale lasciando l'albero sulla dx (50 m. - V, almeno per me).
L5 - Prima nel canale, poi sulla dx dell'evidente camino soprastante per muro a gradoni mugosi (35 m. - IV).
L6 - A dx per breve placca, poi a sx per rampa con mughi fino a un pino con sosta [cordone arancio - della nostra calata 2007 - e maillon rapide nuovo] (40 m. - IV).
L7 - In obliquo a dx per placche fino al filo di spigolo. Poi lungo questo (40 m. - IV).
L8 - Mi manca. Presumo: spigolo (40 m.? - II/III?)
L9 - Idem.
L10 - A sx, rientrando nel canale a sx dello spigolo. Poi diritti fino alla forcella cui arriva la nostra L14 della "Santomaso-Conedera" (30 m. - IV-).
L11 - L12 - L13 - Come da L15 a L17 della nostra versione della "Santomaso-Conedera".
L14 - Come L18 della "Santomaso-Conedera". Ma faccio sosta più in alto, appena sotto il filo di spigolo, dopo aver salito una paretina sopra la nostra S18 della rel. precedente (50 m. - IV).
L15 - Per il filo di spigolo, pianeggiante. Superare una forcella [roccia delicata] e riprendere lo spigolo che torna verticale e su bella roccia. Sosta a dx dello spigolo sotto la parete terminale (50 m. - IV+).
L16 - Salgo diritto come un fuso il bel diedro sopra la sosta, pensando sia il diedro di L20 della rel. precedente. Non è lui. Arrampicata faticosa [forse per i metri di arrampicata fatti in giornata] su roccia buona, ma da verificare. Evito l'ultima strozzatura del diedro uscendone a dx per rocce articolate e lasciando sulla sx una sosta con 3 ch. Sosta su spuntone poco sotto il margine della parete (50 m. - V+).

Discesa - Integrazioni alla mia rel. precedente.
Non troviamo la vecchia fettuccia arancione nascosta sotto i mughi. Aggiungiamo cordone arancione più moschettone.
1 CD - Circa 35 m., tenendosi a dx (faccia alla parete), su mugo. Kevlar rosa lasciato [ma non so quanto resterà lì: non l'ho strozzato].
2 CD - Circa 15 m., in obliquo a sx fino a vecchio cordone in clessidra.
3 CD - Circa 50 m., puntando al versante dx del canale che piega a sx. Sosta tra mughi.
4 CD - Circa 40 m., traversando il canale a sx fino a spuntone nei pressi di una nicchia, ottima per un bivacco.

In arrampicata per il forcellino e la serie di rampe e canalini vegetati fino al larice della mia prec. rel..
Da qui abbiamo traversato a sx (faccia a monte) 30 m. fino a una calata (10 m.) sotto strapiombi; ancora a sx fino a uno spigoletto sotto il cocuzzolo ricoperto di mughi rinsecchiti.
A un mugo abbiamo attrezzato con cordone blu una calata di 40 m. (5 CD) fino al larice di cui alla prec. rel..

6 CD - Calarsi tra i mughi tenendosi alla dx del canale (30 m. circa - Nuova sosta di calata su fettuccia blu di probabile recente tentativo).
7 CD - Ancora tra i mughi (30 m.).
8 CD - Dario non ha trovato la calata che avevamo attrezzato all'epoca e ne ha attrezzata un'altra tra i mughi dopo circa 50 m.
9 CD - Sul fondo del caminone, prima della zona fitta di mughi (30 m.).
In arrampicata fino al pino con il cordone di calata arancione già incontrato in salita (15 m. - IV).
10 CD - Dal pino fin sul fondo dell'ultimo salto del caminone (45 m.).
11 CD - A piedi a dx del ripiano (faccia a monte), al larice con cordone di calata incontrato in salita. Di qui 1 doppia in lieve obliquo a dx di 55 m. porta a un esile terrazzino con clessidra e cordone [di calata? E' la nostra prima protezione su L3].
12 CD - In lieve obliquo a dx, fino a mugo con cordino e maillon rapide di calata (35 m.).
13 CD - Breve doppia (20 m.) fino a terra.

Di qui, giù per i mughi.
Una sosta con fettuccia colorata - non facile da trovare - permette di superare il tratto verticale di zoccolo tra le due zone ad alberi abbattuti. Poi si ritrovano i segnavia in plastica.
Prestare attenzione, quando il Colle si esaurisce in ripidi pendii boscosi sopra l'ultimo salto di rocce, a prendere la traccia di discesa segnata più a sx [faccia a monte]. O, se si segue la traccia che scende per canali più verso il boral di San Lugan, a non abbassarsi troppo sul salto. Qualora capitasse di sbagliarsi, ci si può comunque calare da nuova fettuccia blu con maillon rapide che, con 30 m. di doppia max, dovrebbe portare all'inizio della corda fissa [scrivo "dovrebbe" perché noi abbiamo attraversato a sx arrampicando fino a prendere l'imbocco della cengia che verso dx - faccia a monte - porta alla fissa] (rel. 4 maggio 2008).


















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Spiz di Lagunaz
Via Casarotto-De Donà
Casarotto, De Donà - VI+ gradi "Marmolada" (1500 m.?)
Partiti da Brescia alle 20.30 di venerdì, arriviamo in Valle di San Lucano alle 23.30.
Appena in tempo per sistemare alla bell'e meglio i nostri sacchi a pelo sul "balcone di una casa chiusa", come ventuno ore più tardi dirà - giusto per alimentare le strane voci che girano sul nostro conto - Dario alla moglie telefonandole dalla cima dello Spiz di Lagunaz.
La "casa chiusa", ovvio, è la baita del Tita, locale non più attivo da anni e in virtù di questo, appunto, "chiuso".
Attiva è invece una locanda sulla strada, qualche centinaio di m. più in basso, che, per buona parte della notte, offre musica da balera in accompagnamento al nostro sonno leggero.
Le ore scorrono tranquille, per quanto è possibile tra rullate di batteria e giri di basso, appena attutiti dalla breve distanza che ci separa dal bar, chiacchiere di avventori del locale che, ubriachi, recuperano l'auto lasciata sotto il nostro bivacco e cordate che arrivano a ore antelucane per attaccare le mostruose pareti sopra la nostra testa.
"Dove andate?", chiede ai primi Dario, sempre vigile.
"Via Armando", fanno loro.
Ci sarà affollamento sulla Terza Pala.

Alle 5.45 suona la sveglia.
Dario ha obiettivi ambiziosi: raggiungere la vetta dello Spiz per la "Casarotto-De Donà" entro il tramonto.
Alle 7.00 partiamo.
Saliamo rapidi nel bosco seguendo le evidenti tracce (sei cordate, sembra, solo nell'ultima settimana) e più o meno a metà avancorpo raggiungiamo un'altra cordata partita prima di noi con l'intenzione di ripetere il "Piano Inclinato".
Con tutte le cordate che ci saranno in parete, non sarà difficile avere testimoni per dimostrare alle mogli dei miei stimatissimi colleghi Ralf Steihilber e Dario Sandrini che, quando andiamo in montagna, non lo facciamo in compagnia di piacenti e compiacenti signorine.
Solo per contropunzecchiare Ralf che mi ha punzecchiato per tutta la salita (ma dove trova il fiato?) e dopo che, all'attacco, al cospetto dell'impressionante mole del pilastro dei Bellunesi, per l'ennesima volta mi fa: "Allora... Questa notte seratina allo 'Spiz di Lagunaz disco pub'?" , gli rispondo: "Leggerai l'intro alla relazione della via... Un orgia... Altro che bionda con le zinne al vento...".

Seguendo una tradizione ormai consolidata, attacco io.
Porterò la cordata fino all'inizio della "Casarotto-De Donà".
Poi sarà la volta di Dario.
Ralf - occasione più unica che rara - farà il turista.
I tiri si susseguono lenti, più per la difficoltà di chiodare le soste che per l'impegno in arrampicata, al punto che, raggiunto il Piano Inclinato vero e proprio, decidiamo di salire slegati.
La mossa ci consentirà di arrivare al punto nel quale inizia la via più o meno in orario rispetto alla tabella di marcia: ore 13.30.
Dario attacca alle 13.45.
E impiega un'ora a fare il primo tiro, sprotetto e molto duro.
Un'altra ora se ne va per il secondo. E poco meno per il terzo.
De Biasio scrive che Casarotto dichiarò difficoltà di VII nella sezione iniziale della via.
I redattori del CAI gli proposero di essere più prudente.
Vorrei vedere qui quei redattori del CAI adesso.
Secondo me, primo, secondo e terzo tiro hanno rispettivamente difficoltà di VI+, VI+ e VI "gradi Marmolada".
Ralf è per analoghi gradi, ma in versione dolomitica standard.
Beh...
Non ho mi visto Ralf farsi in Ao un VI+ dolomitico standard, come gli capita su L2.

Magari non avremo scelto la linea migliore, ma anche i IV+/V- dei tiri superiori ci fanno penare.
E così da L5 Dario deve mettere il turbo: una lunghezza sostenuta dietro l'altra piazzando una protezione qua e una - molto, ma molto - là.
E soste sempre rognose da attrezzare.
Alle 19.20, col sole ormai sotto l'orizzonte, siamo a quello che sembra l'ultimo tiro.
Dario si fa 60 m. filati e poi chiama corda.
Ci stacchiamo dalla sosta e procediamo in conserva.
Ormai è scuro. Per fortuna c'è un abbondante spicchio di luna...
Tra la tenue luce lunare e il fascio dei led della frontale di Ralf, si vede abbastanza anche per salire quest'ultimo muro articolato che sembra non finire mai.
70, 80 m.... Poi la corda viene recuperata in maniera più regolare.
Più rilassati, saliamo quest'ultimo tratto nell'oscurità, ombre tra le ombre.

Ore 20.
Nicchia di sosta.
Recupero anch'io la mia frontale e la accendo per illuminare Dario mentre supera l'ultimo muro di mughi.
Tra un'operazione e l'altra, accendo anche i led rossi.
"Sosta a luci rosse", fa Ralf.
E "Cena a luci rosse", aggiungerà, mentre, nel bivacco in vetta allo Spiz, per l'occasione ribattezzato "Spiz di Lagunaz disco pub", divoriamo le provviste con tanta fatica portate fin lassù, io alla luce rossa della mia frontale.

Alle 24.00 - tipico orario da follie in discoteca - come prevedibile ce ne stiamo rintanati nei nostri sacchi da bivacco e, tremolanti dal freddo, cerchiamo di dormire, quando...

BLAAAMMM...
Fasci di luci multicolori sprizzano dalle pietre...
Una musica battente - che sembra fuoriuscire dai mughi lì attorno - inizia a pulsare ...
Attorno a noi lo spazio si riempie di risate argentine, e del suono secco di tacchi a spillo su un pavimento ben più regolare della spianata di massi e rami contorti che ci circonda.

Sprofondiamo nel terrore più totale.

Grande via, molto sostenuta, poco chiodata e poco chiodabile.
Avvicinamento e rientro - pur da non sottovalutare - sono meno impegnativi rispetto agli itinerari sul versante SE della Terza Pala.

Avvicinamento - In questo periodo ben marcato per le molte visite alla parete. A grandi linee, dalla baita del Tita fin sotto la parete; quindi prendere per rampe alberate inclinate a dx fino a poter risalire diritti e a sx per paretine e boschi sospesi. Raggiunta una cengia sotto la banca della Trevisana, piegare a sx seguendo ometti e salire per il filo di spigolo tra versante S e versante O. Quando questo si perde, piegare a dx per tracce e salire alla grande cengia sotto la parete S. Tramite questa, camminando lungamente a sx e girando di nuovo lo spigolo (alcuni tratti esposti e un breve camino da salire arrampicando), si perviene sotto l'imponente pilastro dei Bellunesi. Info più precise sulla guida Di Biasio .

Piano Inclinato (fino a L12 della rel. De Biasio)
Riporto la rel. sempre in forma approssimativa per la difficoltà a dare riferimenti.
Per rampa a dx fino a dx di un largo camino che scende dal fondo del Piano Inclinato.
Lo si attraversa e si sale una parete alla sua sx (1 ch) per un paio di lunghezze di corda fino a poter rientrare sul fondo del colatoio.
Standone sulla dx e talvolta rientrando sul fondo salire fino all'imbocco del Piano Inclinato vero e proprio (grande masso incastrato nel punto dell'evidente cambio di pendenza).
Da qui si sale scegliendo la linea migliore ancora sul fondo o sulla parete di dx fino a incrociare, dopo un "naso" accennato sul fondo del diedro, 2 ch (1 ad anello all'apparenza nuovo e 1 vecchio ch a U).
Fino a qui difficoltà max di V-.

Casarotto-De Donà
L1 - In obliquo a sx fin sotto un tetto obliquo a dx; si obliqua sotto il suo bordo e si sale il diedro che lo delimita a dx; per lama obliqua a sx fin sotto un diedro fessurato per il quale si raggiunge un terrazzino di sosta (1 ch di fermata) (45 m. - VI+).
L2 - Placca sopra la sosta fino a un cordino sotto un piccolo tetto; si traversa a sx, si oltrepassa una fessura e si prosegue ancora a sx per placca fino ad entrare in un diedro inclinato a dx (1 ch); al suo termine a sx in placca con lame per circa 8-10 m. raggiungendo una fessura obliqua a dx per la quale ci si alza fino a una nicchia nella quale si attrezza sosta (45 m. - VI+).
L3 - Appena a sx poi diritti e in obliquo a dx per diedro fessurato atletico; sosta a una cengia con grande mugo (45 m. - VI).
L4 - In traverso a sx entrando in un diedro inclinato a sx; al suo termine in traverso a sx fin sul fondo del gran diedro che condurrà in vetta (50 m. - IV? o V+ se si sbaglia diedro come ho fatto io).
Poi più o meno sul fondo del diedro seguendo la linea più facile per più lunghezze (5-7?); noi in più sezioni siamo saliti in conserva; sotto la vetta il diedro si allarga e spiana; questo tratto terminale va salito tenendosi sulla faccia sx del diedro che compie una progressiva rotazione verso sx; ultima sosta in una nicchia tra i mughi.
Nell'ultima sezione difficoltà di V, continue.    

Discesa - Descritta in modo detagliato da De Biasio. Non mi ci soffermo. Unica nota: la parete S del Monte San Lucano è tagliata da 2 cenge erbose: una poco sotto la cima e una, più ampia, più in basso, con evidente traccia. Si segue la traccia fino a cambiare versante (O). Dopo circa 100 m.,  scendendo in obliquo verso il margine della cengia, si nota un ometto. In un diedro sulla verticale dell'ometto un cordone su clessidra consente una calata in doppia da 60 m. che termina su esili terrazzini; con arrampicata di III si scende a una più ampia terrazza e traversando a dx (S) si esce dalla parete e si raggiunge una marcata traccia che porta all'Arco di Bersanel, alla Forcella di Gardes e al sentiero di discesa (rel. 24 settembre 2007)









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Pelmo
Simon-rossi (solo avvicinamento)
Simon, Rossi - III e ghiaccio a 50° (breve tratto)
La rel. di avvicinamento CAI TCI è chiara, ma va ricostruita pezzo per pezzo.

Sì, solo l'avvicinamento...

Ero con Filippo Nardi.
Dopo un bivacco su una delle cenge oblique del  Pelmetto al margine del grande canalone che scende dalla Fessura (l'intaglio tra Pelmo e Pelmetto), l'estenuante salita degli ultimi 400 m. di conoide, un delicato ingresso nella parete Nord via cengia Steger, lunghe ricerche dell'attacco della via con relazioni solo parziali, finalmente Filippo trovava il ch con cordino e il cuneo che segnalano la partenza.
Venne a riprendere la roba. Assieme salimmo verso l'umida fessura d'attacco.
Lui era 4/5 m. davanti, io dietro, spostato di 2 m. dalla sua verticale.
Un movimento come tanti e il piede di Filippo inavvertitamente staccò un blocco cilindrico di circa 2 kg che, rotolando, si spostò sulla mia verticale e puntò decisamente verso di me (come si sa, la sfiga ha una mira incredibile).
Che fare?
Alzarsi rapidamente? Su un muretto di III, tra rocce rotte e uno zaino da 10 kg. sulla schiena? Nooo...
Scendere?
Non ebbi neanche tempo di fare il ragionamento che il sasso mi fu addosso.
Onde evitare danni al torace o... alle gonadi, tentai di afferrare il blocco e di fermarlo con le mani.
L'operazione sembrò riuscire, ma, all'ultimo momento... tumpf, il simpatico, piccolo macigno mi schiacciò il dito indice della mano sx contro la roccia sottostante.
Un'ondata di nausea... Feci finta di niente, deposi il blocco e raggiunsi Filippo.
"Come va?".
"Male, temo". Per quanto, escoriazioni a parte, il dito fosse integro, lo sentivo staccato dalla mano, un tipico sintomo di frattura.
Bevvi qualcosa e mangiai, vincendo la nausea. Poi, di necessità, scendemmo.
Diagnosi in ospedale: "Piccolo distacco osseo all'estremo prossimale della seconda falange". 15 gg di stecca e poi riabilitazione.
Stagione 2005 chiusa.

Comunque, da passo Staulanza si procede verso E puntando al margine sx della conca prativa che costeggia il parcheggio.
Si imbocca il sentiero per il rif Fiume (472, mi pare) e, dopo circa 2/300 m, si incontra una presa d'acqua in cemento protetta da recinzioni. Non appena la si è superata, a dx si stacca il sentiero per la val d'Arcia (480, mi pare). Lo si imbocca e lo si segue, prima per boschi e poi per ghiaie sottostanti un avancorpo roccioso. Con qualche saliscendi e traversando lungamente verso sx, si perviene sotto l'immane, ripida conoide di ghiaia che scende dalla Fessura. Noi l'abbiamo imboccata sulla dx (nel senso di marcia - sx orografica), per traccia (sbarrata con sassi) che si stacca sulla dx del sentiero principale.
Per essa e con fatica si sale lungo ghiaie cedevoli, stando sulla dx di un largo canale scavato nella conoide e costeggiando la parete NE del Pelmetto.
Prima di salire, si individui la cengia Steger nell'immane corpo della parete N del Pelmo:è evidente linea di faglia a 1/3 (apparente) del pilastro (cengia più piccola anche sotto, da non confondere con la cengia Steger).
Si continua a costeggiare il fianco NE del Pelmetto per tracce prima umane e poi di camosci fino in corrispondenza di una cengia obliqua verso dx (nostro posto da bivacco con muretto), nel punto in cui il canale si addossa alla parete. A questo punto si traversa a sx (pericolo scariche) e ci si porta nel mezzo della conoide, salendo con molta fatica per circa 300 m. su ghiaie cedevoli e puntando a uno strano avancorpo terroso poco sotto l'inizio della cengia.
Lo si raggiunge con delicatissima, ma breve (4-5 m.) attraversata su ghiaccio vivo ricoperto di ghiaia, lo si sale per canalini al suo interno e si perviene alla cengia (ch a U con cordone nero - chiodo di via, cordone mio).
Imboccata la cengia, la si segue con grande attenzione per circa 250-300 m. fino a svoltare il vago spigolo che separa la parete NO dalla parete NE (poco prima di aggirare lo spigolo, tracce di bivacco - muretti - e ometto sulla cengia più o meno sotto l'attacco). Si aggira un tratto di rocce aggettanti e  appena possibile, si sale un breve avancorpo di rocce rotte (III), puntando a un'evidente fessura sulla dx (ch con cordino e cuneo di legno).
Da forc. Staulanza 3 h circa (rel. settembre 2005).
Relazione visuale della via sul sito di Iacopelli, a questo link.
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Rocchetta alta di Bosconero
Spigolo Strobel
VI+ sost. (500 m.)
Via da ripetere, sia per l'ambiente fantastico nel quale si svolge (un policromo pilastro dolomitico che si staglia sopra solitari boschi di faggi ed abeti), sia per l'eleganza della linea. Salita con Filippo Nardi (con noi erano anche Giuseppe Lupezza e Renato Santulli). Molti i tiri sostenuti (il VI+ riportato a valutazione è un VI+ "orientale", circa mezzo grado in più rispetto alle classiche gradazioni dolomitiche), per lo più ben chiodati. Al terzultimo tiro (diedro verticale dalle pareti lisce) è saltato un chiodo a pressione che in passato semplificava la vita. Il passaggio può essere comunque protetto con un friend grande. Molte le soste su tutta la via. Ebbi la fortuna di ripetere l'itinerario OS, anche grazie al fatto che mi trovai da secondo sul tiro del diedro strapiombante: le grandi prese che lo contraddistinguono consentono una libera di soddisfazione.
La discesa è complicata: arrivati al termine della via si sale per ampio canale che procede per salti verso sinistra fino a cambiare versante. Di qui si punta per cenge in direzione del vallone tra la Rocchetta e la montagna che la affianca a Est (Sasso di Toanella - qualche tratto di arrampicata scabrosa in camino).  Infine, per esso alla base.
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Climbing - Top
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Sandro De Toni - Via Allegri 92 - 25124 - Brescia - Tel. 320 118 118 0 -