[Nell']anno 1992 mi sentivo molto in forma, invincibile e immortale.
Ho realizzato alcune belle vie in Dolomiti
soprattutto su pareti con roccia molto buona come quella della Vallaccia
[in Val di Fassa, vie "Il canto del cigno" 7a+/7b, "Via delle arti" 7b];
itinerari brevi [...] con protezioni tradizionali, [...] veramente interessanti e difficili.
È stato anche il mio ultimo anno in montagna,
dato che alla fine dell'estate ho avuto una rovinosa caduta in Marmolada
sul primo tiro di una via nuova che stavo aprendo in stile tradizionale
sul passo Ombretta, dove mi sono fratturato una caviglia.
Per me poi è iniziata una nuova fase della vita in cui arrampico di meno,
faccio soprattutto arrampicata sportiva e boulder,
ma non mi prendo più certi rischi e non vado più in giro come una volta.
Ora vivo a Innsbruck dove ho una famiglia, insegno ai corsi di arrampicata
e faccio un po' di boulder ogni tanto.
Uno
La meteo, questo we, è - tanto per cambiare - infida.
Venerdì pioggia, sabato e domenica bello, ma con venti freddi da nord.
Per domenica Andrea avrebbe i suoi soliti quattro o cinque mega-obiettivi, quasi tutti lunghi, o a nord o a ovest o a nord-ovest e ad alta quota, dove troveremmo freddo.
A fatica riesco a convincerlo a puntare a pareti più basse e con esposizione sud.
E lui, dopo averci rimuginato tutto il sabato pomeriggio, mi spara lì una "Weg durch das Saxophon
"
che, lì per lì, mi lascia interdetto.
Sì, è lunga solo 200 m., è a sud e raggiunge una quota massima di 2.900 m. [Piz da Lech].
Ma è stata aperta da Roland Mittersteiner e ha la fama di essere poco proteggibile e su difficoltà di VIII-, VII-, VI+ e V+: la ribattuta è probabile.
D'altra parte, se non si risica, non si rosica: proviamo.
L'accordo è il solito: a lui i tiri sopra il VI+, a me gli altri.
Alle 8:00 di domenica siamo alla cabinovia di Corvara e alle 9:30 alla base della via; la parete, nonostante le piogge, è in condizioni perfette.
Salgo "facili roccette" di VI- sotto l'attacco e porto Andrea a S1.
Poi lui parte.
In quaranta minuti, dopo aver usato 1 ch [in loco], 1 cliff, 1 altro ch [[in loco], 1 camalot giallo, 1 tricam, 1 sandwich di ch piazzato da lui e 1 altro cliff, ha percorso 7 m. del primo tiro. Gli mancano almeno 30 m. per arrivare in sosta.
E si è anche fatto calare in cengia per cercare di capire in quale direzione prosegua la via, se a sx, per placca a buchi e liste, o a dx, per diedrini. Ma non ha visto nulla, se non un ch rosso 15. m. sopra il punto massimo raggiunto.
Poi è tornato su.
Altri cinquanta minuti di tentativi.
"Vieni giù", gli faccio.
Lui lascia un moschettone sull'ultimo ch in loco, recupera il materiale e scende. E - quasi sollevato, ma anche arrabbiato - mi fa: "Perché
non mi hai incoraggiato ad andare?"
Mah...
Se non sai dove andare, non vai da nessuna parte.
Ci caliamo alla cengia sottostante, ci spostiamo a sx [ovest] e prendiamo la prima via facile che incontriamo: ometto alla base e rampa a gradoni verso dx, puntando a un caminone che fila diritto verso la cima [scopriremo di aver imboccato l'attacco della "Castiglioni-Detassis"].
"Sai che storia se oggi apriamo una nuova via?", dice Andrea.
Vie nuove?
Lungo camini di impostazione classica?
Su una delle pareti più frequentate delle dolomiti?
Con la seggiovia che ti deposita quasi all'attacco?
Mmm...
Due
L1 - Andrea fa S1 con ch in loco e fr alla base del caminone [quello di dx, non quello di sx] [40 m. - III].
L2 - Io supero per fessura una prima strozzatura strapiombante del camino e, arrivato a una cengia, siccome il camino sopra è bagnato, mi sposto a sx, per andare a vedere le condizioni di un altro caminone a sx: è una lavanderia. Rientro a dx e mi fermo a una sosta, già attrezzata, alla base di un diedrino che punta di nuovo verso il camino di dx [25 m. - IV+].
L3 - Andrea sale il diedrino sopra la sosta - boulder duro in partenza [VI+] -, obliqua a dx per facili rocce e torna a far sosta - gia attrezzata - nel camino di dx, sotto una cupa strozzatura ostruita da un macigno [35 m. - VI+ 1 p. - poi IV+].
L4 - Io salgo sotto la strozzatura; e sarei tentato di passare attraverso un buco lasciato libero tra il fondo del camino, le due pareti e il masso; ma Andrea protesta [in effetti, lui, con lo zaino, non ci passerebbe]. Allora aggiro il macigno a dx e salgo in placca. Adesso il caminone è alla mia sx, ma è largo, bagnato, friabile e muschioso.
Meglio la placca.
Procedo in lieve obliquo a sx e trovo un ch in un diedrino. Mi alzo ancora, compiendo un arco verso dx in placca ad aggirarne un rigonfiamento e rientrando a sx. Dopo 40 m. di tiro, la corda - per gli attriti - non viene più.
Faccio sosta: nicchia, 2 camalot [blu piccolo e - mi pare - rosso] [40 m. - VI-, 1 p., poi V e V+; sul tiro 1 ch e 3 fr].
L5 - Andrea mi raggiunge. Io gli suggerisco di andare a sx, senza entrare nel camino, ma puntando per placca a un altro macigno incastrato. In quel punto la parete sembra cedere. Diritti, non se ne parla: muro articolato appena strapiombante. A dx rocce gialle e un naso aggettante.
Andrea opta per la dx: obliqua per qualche m. e raggiunge una cengia, Da lì traversa e obliqua a dx, fino a portarsi su un pulpito proprio sul filo dello spigolo che delimita a dx la placca [20 m. - V/V+, poi III - sul tiro 1 cl, 1 fr, 1 cl - Sosta da attrezzare].
"Questa è almeno almeno una variante", dice, tutto soddisfatto. "Come la chiamiamo?"
"'Da che Pulpito'?", gli rispondo.
"'Da che pulpito?", ride. "Perché non 'Via della Codàrdia? Visto che ci siamo ritirati..."
"Si dice: 'Via della Codardìa' [per chi non ci crede: www.parolata.it]. Mah, se ti va..."
L6 - Porto la cordata fuori dalla parete prima per rampa a dx dello spigolo, scavallando poi un ulteriore, largo camino e infine per placche e muretti articolati alla sua dx. Sosta attrezzata su uno dei macigni dell'altopiano sommitale con 1 nut micro, 1 cordino, 1 fr camalot verde. Bel tiro [60 m. - IV e qualche passo V+; sul tiro 4 fr.]
Tre
Per la discesa imbocchiamo la ferrata.
Scendendo lungo lo spigolo del pilastro [è appena a dx - E - della via di Mittersteiner], ci accorgiamo che abbiamo il pilastro e la nera colata del sassofono davanti a noi, a nemmeno una trentina di m. di distanza. Si vede tutta la via nel dettaglio.
Che scemi...
Lo avessimo saputo prima...
Sul tiro di VIII-, nel punto in cui Andrea si è fermato, si deve andare prima in obliquo e poi in traverso a sx, quindi in lieve obliquo a dx fino al ch rosso [malmesso].
Sulla lunghezza successiva, come da rel., si deve stare a dx per rientrare poi a sx.
Ci perplime il tiro di VI+: una lavagna tra il giallo e il nero che non mostra cedimenti degni di questo nome e non sembra offrire punti di assicurazione.
Beppe, qualche ora dopo, ci riferirà che il tiro è famoso per essere improteggibile: 35/40 m. di VI+ senza la possibilità di piazzare niente: l'eventuale volo sarebbe direttamente sulla sosta [1 spit e cordone in cl].
Mittersteiner era famoso per il suo controllo mentale su lunghezze del genere.
Andrea è eccitatissimo: "Ci torniamo! Dai! La prossima settimana. Adesso sappiamo come si fa..."
Io nicchio: il tiro toccherebbe a me [è VI+]; ma quante probabilità ho di alzarmi per più di 10 m. sopra la sosta su una nera parete liscia con diff. di VI+ senza aver messo neanche una protezione, insicuro come sono dopo l'incidente?
Il 20%?
E quante probabilità ha Andrea di fare meglio di me, lui che ha messo giù l'universo mondo [in protezioni] sul tiro di VIII- per avanzare solo di 7 m.?
Un 40%?
Secondo me, la prossima volta, arriviamo a S4, perdiamo un'altra ora e mezza a cercare di passare e poi ci caliamo.
Vabbe'...
In certi casi, se non ci si picchia il naso, non si impara.
Quattro
Ieri, in occasione di un meeting organizzato da un'azienda che produce abbigliamento sportivo, Andrea ha conosciuto Della Bordella e Palma, due tra i più forti arrampicatori lecchesi, che lo hanno invitato ad andare ad arrampicare con lui.
Che, per noi, arrugginiti, donchisciotteschi guerrieri sopravvissuti allo smilodon, sia arrivato il momento di tirare un po' il fiato?
La mia schiena esulta.
Timidamente, ma esulta.
***
Mi scrive E.:
News
La penultima
Commento
Ma quante ne sai?!!
Leggo spesso il tuo blog e lo trovo molto interessante.
E credo questa cosa dovrebbe lusingarti, non essendo io una climber ed essendo donna [no, non sono la pornostar dell'Alabama di cui al post precedente; mi spiace].
E allora perchè lo leggo, dirai tu.
Diciamo che mi piace lo spirito della cosa: è spesso fonte di qualche riflessione.
E resto sempre impressionata dalla tua capacità di argomentare ciò che pensi.
D'altronde amici mi avevano parlato di te come una specie di guru intoccabile dei climber, una specie di ispirazione collettiva per il mondo dell'alpinismo a elevarsi in tutti i sensi [che fardello!].
E' stato questo a spingermi a curiosare nel tuo sito...
In effetti, vista la premessa, di meno non potevo aspettarmi: comunque, aspettative ampiamente ripagate.
Complimenti!
Dimenticavo: bello soprattutto che, accanto al lato spiritual-meditativo, ci sia il tuo lato ironico! E.
Respondeo
Ciao E.
Perdinci...
Ma certo che mi lusinga che una donna - che per di più non arrampica - legga quello che scrivo. Ma come fai? A leggere tutto, dico. Anche quando scrivo di friend, micronut, tacche, boulder, soste, ecc..
E mi lusingano tutti i complimenti che mi fai...
Però...
Hem...
Non sono per niente sicuro di essere considerato, almeno nel mio giro, un guru degli arrampicatori.
E questo per almeno tre motivi:
Sarebbe una contraddizione in termini; "guru", in sanscrito, significa "colui che disperde l'oscurità" [info wikipedia qui]; ora, io mi trovo a vivere in una condizione di - come dire? - discreta oscurità interiore; e, siccome chi è nell'oscuro non può disperdere l'oscuro, ne deriva che io - per motivi sostanziali - non posso essere guru;
Per curiosità sono andato a vedere le statistiche del sito [cosa che non faccio mai] e ho scoperto che, oltre a un numero insolito di visite dalla Cina [presumo legato ai miei recenti post su i ching - ma, per sicurezza, chiedo: "Orsù, visitatori cinesi, chi siete? Perché visitate il mio sito con cotale frequenza? E da ogni parte della Cina, poi"], a un numero abbastanza alto di visitatori bresciani [gli arrampicatori della rete locale, che cercano info su questa o quella via della montagna bresciana o della valle del Sarca] e a un numero alto di visitatori dal Lazio [presumo siano i fuorviati romani che, dissacratori come sono, di sicuro vengono a leggere quello che scrivo per farsi quattro grasse risate], non mi pare di catalizzare l'attenzione della comunità arrampicante in modo così marcato;
infine, quelli del mio giro stretto [diciamo Andrea, Dario, Ginetto, Giovanni, Ralf, Stefano, in rigoroso ordine alfabetico] mi considerano un socio di cordata, forse un po' strano, ma certo non "uno che disperde l'oscurità".
Quindi, per mia fortuna e con mio grande sollievo, non sono un guru.
Sì, ammetto che, anche se io non mi considero un guru, può essere che altri mi considerino tale. E io mica ho il potere di fare in modo che le persone pensino di me quello che voglio io, no?
E siccome - come scrivi - è un fardello elevare gli altri [in tutti i sensi], considerato che fare il guru è in linea di massima una scocciatura che all'incauto apportatore di luce porta per lo più noie e obblighi non desiderati e tenuto conto del fatto che quella parte di me che, in effetti, un po' guru è pensa che ciascuno sia responsabile in proprio della propria vita e che non debba affidarla a guru di sorta, nel dubbio che qualcuno davvero mi consideri guru, sto provvedendo
un po' alla volta a togliermi dal centro dell'attenzione.
Non dovrebbe essere difficile: basta che smetta di fare vie dure.
Mi manca solo di trovare un forte compagno di cordata - della sua età - per Andrea; e poi è fatta.
Così mi passa la voglia di scrivere; e ipso facto smetto di pubblicare.
E poi mi dedico totalmente all'epicureo piacere catastematico [info wikipedia qui].
Quanto al "Quante ne sai?", presto detto: è tutto frutto della prodigiosa mente estesa che ha nome "internet", dei motori di ricerca che consentono di avere sottomano con un clic tutto lo scibile umano e di una fervida fantasia unita a chiacchiera accademicamente certificata.
Una sola domanda: in che senso sarei "intoccabile"?
Vabbe'...
Non è importante.
Era solo una curiosità.
Grazie per il post, la tua paziente lettura e i complimenti.
Ciao
Sandro
***
Mi scrive Farfalla Indigesta:
News
NON FARE IL FURBO!
Commento
Sandrodetoni.it, non fare il furbo.
Non ti ho chiesto di darMI motivazione. Ti ho chiesto di PARLARE di motivazione, non fare il finto Toronto.
Lo stesso dicasi per lo smilodon: ti può far andare avanti. Ma perchè devi, non perchè vuoi. La differenza è sostanziale e so che lo sai benissimo.
Quindi non fare lo gnorri.
Per Dakota Brookes. Certo che la fai seria, te, la faccenda. Sarebbe stato un bel modo di chiudere tutto. Un suo video e due righe. Hah! Farlalla ormai morta, mi sa...
Respondeo
Ciao Farlalla.
Ho dato precedenza a E..
Spero capirai.
Così, a sensazione, mi sa che un po' scherzi; e un po', questa volta, sono riuscito a farti arrabbiare davvero.
Il fatto è che, ultimamente [sarà colpa dello smilodon], faccio fatica a mediare.
E ogni tanto mi partono colpi come quello sotto: swisshh, zac!
Così è.
Ti rispondo telegrafico perché ho già scritto troppo. Spero di non andarci giù duro anche questo giro.
Parlare di motivazione, così in generale, mi è difficile: la motivazione mica è, che ne so, una vaga entità emotiva che vaga - appunto - per gli spazi mentali cercando chi motivare; c'è sempre qualcuno che è motivato o meno a fare qualcosa in qualche maniera specifica; e siccome, almeno a giudicare da quello che scrivi, quello apatico sei tu, ho pensato che tu desiderassi essere motivato; ma se io non so per che cosa e in che modo vuoi essere motivato, proprio non posso farlo; scrivere di motivazione, intendo; e quindi sono andato di immaginazione;
Sullo smilodon, sono dell'idea che resti il metodo migliore per motivarsi: è come essere nel bel mezzo - che ne so - dello zoccolo sotto la sud-est della Seconda Pala di San Lucano, abbrancato ai ciuffi di festuca di un prato verticale, l'ultima protezione 20 m. sotto il culo, il tuo socio presente ma dimenticato laggiù e i grilli che cantano all'impazzata; nell'aria odore di citronella e di graminacee mature; non appena realizzi dove sei, non ci metti nemmeno mezzo secondo a fare quello che devi fare nel modo migliore. Spegni la mente raziocinante e, in modo spaventosamente efficace, fai quello che è meglio per te: trazioni i ciuffi d'erba come vanno trazionati, ti proteggi come puoi ai mughi o alle occasionali rocce, punti a portarti al sicuro, sei felice quando mangi [bastano barrette e mandorle] e quando bevi [acqua, eh?], quando te ne stai finalmente disteso a riposare le stanche ossa per quanto incastrato a bivaccare in un diedro obliquo; sei contento quando il sole tramonta e - forse un po' meno, perché è ora di ripartire - quando il sole sorge; e sei nel bel mezzo di un'avventura grandiosa.
Sì, forse l'approccio è massimalista e fa perdere le sfumature.
E, forse, fa prestare troppa attenzione al "qui e ora".
Però non penso sia un metodo per andare avanti solo perché devi.
E' un metodo per andare avanti nel modo migliore perché devi.
Io sto arrivando alla conclusione che nella vita i momenti nei quali si debba andare avanti perché si deve sono molto più frequenti dei momenti nei quali si va avanti perché si ha voglia.
Questo perché la vita è tipo la "Via della Rinascita" a Cima alle Coste: una smarzeria unica, immersa in un ambiente a volte insignificante, a volte cupo e opprimente e a volte maestoso. Vegetazione caotica e blocchi instabili ovunque.
Lo smilodon non cambia l'ambiente esterno, che resta quello.
Lo smilodon cambia il modo in cui ci passi attraverso: silenzioso, concentrato, nel miglior modo possibile.
E sto arrivando anche alla conclusione che lo smilodon abbia marcate propensioni estetiche.
Questo è il motivo per il quale ci sono andato giù pesante con Dakota, la ormai celeberrima pornostar dell'Alabama [suona bene, eh? "Dakota, la pornostar dell'Alabama"; ma perché - per inciso - si chiama "Dakota" se viene dall'Alabama, poi?]; lo smilodon pretende che chiuda bene, se devo chiudere. Che finale sarebbe stato "un video di Dakota e due righe"? Un grottesco finale alla Woody Allen? Il mio personale smilodon ha enfatici e barocchi gusti battaglieri; che ci posso fare io?
Vabbe'...
Chiudo comunicandoti che, siccome firefox 3.6.7. consente di personalizzare la testata del browser con le immagini più varie, io, in coerenza a quanto ti scrivevo, ho a lungo cercato una "persona" - così si chiamano i fondini - con uno smilodon che mi contemplasse con occhio gelido, senza trovarlo; poi un lupo che, sempre con occhio gelido, mi fissasse ricordandomi il momento ultimo, di nuovo senza trovarlo; alla fine ho trovato una tigre, con immobili occhi verdi.
Inflazionata, ma è quello che cercavo: ha lo sguardo giusto.
Così, adesso, quando sono in internet per lavoro o per svago, una tigre mi guarda con gelidi occhi verdi, come fosse lì lì per fare sgnack...
Tra parentesi, la tigre, animale sacro a Dioniso e manifestazione sia yang che yin, "conduce i neofiti nella giungla per iniziarli attraverso una morte che, come in tutti i miti, è preludio di rinascita" [cfr. www.geagea.com].
Interessante, vero?
E comunque, alla bisogna, ci sono anche "personae" con gnocche spaziali ammiccanti. Magari c'è anche Dakota... Non ho controllato.
Nella speranza di essere stato meno criptico...
Ciao Sandro
PS - Oh, mi raccomando: per un po' commenti più terra terra, eh? 'Chè qui altrimenti rispondere è un lavoraccio. E, se adesso posso rispondere, perché sono in ferie, tra un paio di mesi torno nel classico tourbillon lavorativo invernale... E, a quel punto, chi s'è visto, s'è visto...
***
Mi scrive Nicola:
News
Questa
Commento
Ciao Sandro,
scusa se ti importuno; ma, visto che sei in periodo di quasi ferie, mi permetto di scriverti due stupidate che mi son venute in mente leggendoti.
Ultimamente, anche in barba a quello che, dopo il tuo incidente, avevi interpretato come un avvertimento dei deva, a non andare troppo “in su“, mi pare che, trascinato dal Guerza tentatore, tu stia andando [o, almeno, tu stia provando ad andare] molto “in su“.
La presenza dello smilodon, inteso non come il simpatico felino che ecologicamente si occupava della previdenza sociale dei nostri antenati, ma come simbolo della nostra ineluttabile mortalità, è presente nei tuoi scritti recenti; e sembra che tu ti comporti come Bonatti con le belve nella savana: non ne hai terrore perché entri a far parte del suo habitat, avendone totale confidenza.
Cercare la verità passeggiando nel territorio dello smilodon - si sa - non è cosa gradita agli Dei...
Che, da sempre, hanno gelosamente tenuto per sé il loro Olimpo e i privilegi che ne derivano.
Sandro, non vorrai farti mangiare il fegato per l’eternità, novello Prometeo che porti il fuoco agli esseri inferiori?
E se invece gli Dei avessero più subdolamente pensato di inviarti uno smilodon in incognito?
Che ne so? Misoginamente penso a una presenza femminile, che, in maniera meno cruenta, possa distogliere il cercatore Sandro dalle sue perigliose incursioni nei celesti territori della verità...
Cherchez la femme...
Soundtrack - Devil in Disguise
Elvis Presley [Single Track]
Ciao Nicola
Respondeo
Ciao Nicola.
E ti pareva...
Altro che commenti terra terra...
Qui ci sarebbe da scrivere un poema.
Comunque:
Sul tema del salire e dello scendere...
Sai com'è...
Per farla breve, facciamo che uso una metafora: saliti in cima alla Terza Pala di San Lucano, tutte le vie di discesa sono lunghe, da trovare, contorte, difficili e pericolose: non è saggio provare a scendere tutto di un colpo: ci si fa male.
Bisogna scendere piano, con circospezione, sapendo dove si sta andando.
O si fischia giù a velocità supersonica.
E, anche arrivato all'auto, ogni buon dolomitista sa che imbrago e martello [che è quanto dire: "attenzione"] non si depongono almeno finché non ci si stende sotto le lenzuola, nel letto di casa.
E forse nemmeno allora...
Comunque non ho dubbi sul fatto che il mio movimento principale, in questa fase, sia discendente; magari risalgo di qualche m.; ma l'innalzamento è indispensabile a perdere quota. Ad esempio quello che sto facendo in questi mesi con lo Sguerza tentatore è "passare le consegne" [a proposito, da ieri Andrea ha il suo blog, ancora senza contenuti, ma visitabile qui: guerza.wordpress.com].
Ed è impossibile "passare consegne" almeno di tipo alpinistico, senza salire almeno un po'. Del resto Bonatti e Messner - giusto per nominare due alpinisti storici a cui più volte fai riferimento - quanto tempo hanno impiegato a scendere? Quanto hanno vagato nei territori intermedi tra alto e basso prima di toccare terra? E, alla fin fine, un pochino, su, ci sono sempre rimasti.
Quanto a piani alti, Olimpo e ricerca della verità, sono dell'idea che lassù non ci sia nessuna verità da contemplare; non essendoci verità da scoprire, non posso portare alcunché agli uomini; a questo punto, quand'anche fossi un novello Prometeo, perché essere punito? [Spero che questo non sia un sofisma alla "Prometeo", o sono davvero qazz: i deva non sono facili da ingannare]
Infine, in merito alle angelico-demoniache smilodon femmine che gli dei potrebbero avermi mandato - in questo caso novello Epimeteo - per distogliermi dall'alto, sono d'accordo con te; ma bisogna sapere quello che si fa; se ingannare i deva è difficile, ingannare le smilodonne è addirittura impossibile: ne sanno sempre una più dei deva; non si può che giocare pulito.
A questo proposito, secondo i ching, contrariamente a quello che viene riportato nel sito che segnalo sopra, la tigre è "re degli animali e simbolo di coraggio, equivalente al leone nell'immaginazione di altri paesi; animale dell'estremo yang [maschile - nota mia] che protegge dai demoni dell'estremo yin [femminile] [I ching. Il libro della versatilità, Torino, UTET, 1997, p. 653]; insomma la tigre protegge dal demoniaco femminile.
Questo significa che, se voglio avere anche solo qualche remota possibilità di sopravvivere agli sgnack delle smilodonne che, con fare angelico, si aggirano a valle cercando chi divorare [mica è colpa loro: sono alcune componenti strutturali della relazione uomo-donna a rendere insidioso il rapporto], un altro po' di compagnia con gli smilodon maschi e le tigri del metaxü non può che farmi bene.
Commenti più terra terra no, eh?
Alla prossima [settimana, almeno].
Ciao Sandro
Sul Sass d'la Crusc
c'è un diedro di nome Octopus.
A sinistra del diedro
ci sono placche nere e compatte.
Le battezzammo Mephisto,
perché ci apparvero senza soluzione,
eppure affascinanti.
R. Schiestl Mephisto
in
R. Messner Settimo grado
Istituto Geografico De Agostini, Novara 1982, p. 205
Faust:
[...] vi si chiama dio delle mosche,
o corruttore, o mentitore.
Suvvia, chi sei tu?
Mephisto:
Una parte di quella forza
che vuole sempre il male
e opera sempre il bene
J.W. Goethe Faust
Milano, Feltrinelli, 1965, p. 67
Uno
Sabato.
Sapevo che, alla fine, Andrea - come punizione per aver dimenticato le scarpette in occasione del nostro tentativo a "Olimpo" - avrebbe fatto di tutto per portarmi non tanto all'Empireo, ma al polo opposto dell'universo mondo, ai piani di sotto, a fare due parole con Baal Zebub, il signore delle mosche, detto anche Mefistofele, colui che non ama la luce, il pungente, lo spargitore di menzogna.
E così siamo finiti su "Mephisto", via per pochi aperta da Schiestl e Rieser sul Sass d'la Crusc.
Gli accordi erano chiari: in alternata, ma io da secondo sul chiave.
La mia vertebra malmessa non avrebbe retto a un volo rischioso - scomposto, lungo e quasi direttamente sulla sosta - come quello probabile in caso di errore sugli otto m. impegnativi della sezione centrale delle placche nere: due ch. malmessi e un vecchio cordino in clessidra a proteggere un passo indecifrabile con diff. pari almeno al chiave di "Non Baciatemi", in Maddalena [ex 6c, ora gradata 7a, per chi non la conosce].
Comunque sui primi tiri facili [V+] del diedro Mayerl, non riesco a nascondere una certa inquietudine: la verticale e consumata dolomia del Sass d'la Crusc è molto meno tranquillizzante - e più faticosa - delle appoggiate e morbide fessure salite una settimana fa sulla Lama del Cengalo.
Due
Scrive Schiestl sul superamento del chiave:
"Quando ebbi portato a termine il primo passo critico, la ritirata mi fu preclusa. L'appiglio di sotto che mi permise di superare la lama [? - qui secondo me la trad. è sbagliata; nessuna lama in giro, se non una lametta verticale per la punta delle dita] era stato appena sufficiente per innalzarmi. E ora ero su due piccoli buchi. Mi ero fatto forza, mi ero precluso il ritorno, ma la paretina non era ancora terminata. Dopo una mezz'ora continuavo a non sapere dove e soprattutto come avrei dovuto continuare. Le dita dei piedi mi facevano male, ma non vedevo alcun appiglio per arrivare alla cengetta. Non potevo tornare indietro ed ero troppo vigliacco per rischiare un volo. Avrei dovuto arrampicare oltre, non pensare a niente fino a che non fossi arrivato più in alto, su terreno più facile. Ci si può concentrare solo su pochi metri per poi cercare i punti di protezione. Dopo un po' tentai. Incrociai la mano sinistra sulla destra. Un buon appiglio. Poi solo conchette nelle quali prevedevo appigli. Quando infine potei afferrare la cengetta mi accorsi che era stata solo la paura a rendere così difficile questo tratto. Questo sottile malessere che sempre mi prende quando l'ultima via d'uscita non è sicura. Sopra sentii un sonoro riso interiore che non si spense fino a che non fummo in vetta".
R. Schiestl, Mephisto, op. cit., testo consultabile in versione integrale qui: inontherocs
Anche Andrea impiega il suo bel tempo per il tiro.
Fa una bella pausa di riflessione appoggiandosi, senza caricarli del tutto, sui due chiodi, acchiappa al volo il cordino in clessidra più sopra e si dedica a lunghe meditazioni prima di uscire dall'ultima protezione.
Poi si decide: cliff nel buco della clessidra, staffa per il piede dx e via, diretto in libera sopra le protezioni.
Io, con lo zaino, ho il mio daffare già a passare - in artif. - dai due ch al cordino.
E medito a lungo prima di staccarmi dalla precaria ancora di sicurezza rappresentata dal vecchio "5 mm." variamente avvolto attorno al colonnino di roccia.
Di sicuro non posso ripetere il pass. come Andrea: se tento la sequenza diritto, devo togliere la protezione alla clessidra, alzarmi in verticale con un boulder secco [in libera] o con un cliff che dovrei abbandonare sotto i miei piedi [in artif.] e quindi proseguire come lui. Ma intuisco il probabile volo e la planata in traverso.
E con lo zaino sulla schiena, meglio evitare.
Non mi resta che obliquare a dx, a livello del cordino.
Alla fine è proprio come scrive Schiestl.
Con la differenza che io, da secondo, più mi avvicino alla cengia e più sono sicuro.
Mentre Schiestl deve aver fatto davvero un bel vuoto dentro per passare leggero - in libera e con cattive protezioni - quei quattro metri di nero rebus verticale.
Tre
Al ritorno parliamo della furia.
Tre settimane fa, salendo la A22 verso le dolomiti, Andrea mi raccontava che - nell'ultimo periodo - gli capitava di essere spesso arrabbiato. E non capiva perché.
Lo avevo aiutato a esplorare le possibili varie cause prossime - oggettive - della sua rabbia. Ma non eravamo riusciti ad arrivare a molto.
Alla fine mi era sembrato di intuire: che la sua sia la furia del guerriero, l'ira funesta di Achille?
Le leggende elleniche raccontano che Achille nacque da Teti e Peleo, lei giovane, lui anziano, uniti in nozze forzate dagli dei dell'Olimpo perché Prometeo aveva predetto a Zeus, innamorato della ninfa, che se Teti avesse avuto un figlio, avrebbe detronizzato il padre.
La solita, vecchia storia, insomma...
Teti - costretta al rapporto con Peleo - aveva un atteggiamento che oggi si direbbe "ambivalente" nei confronti dei figli avuti nel matrimonio: sei di essi morirono a causa dei tentativi di lei di renderli immortali [sic!].
Nemmeno Achille sfugge al trattamento "eternizzante" della madre: secondo alcune leggende la ninfa tenta di trasformarlo in immortale bruciandone nel fuoco le parti mortali di notte per ungerlo di giorno con l'ambrosia, secondo altre lo immerge testa e tutto - tranne il famoso tallone - nelle acque dello Stige, il fiume infero della dimenticanza [info www.sullacrestadellonda.it].
Da qui, secondo me, ha origine la furia di Achille: dall'ambivalenza della madre, che lo ama e lo odia. Lo ama come figlio, come parte di sé e come possibile detronizzatore del marito, ma lo odia come frutto della violenza subita e come rappresentante del sesso maschile. E tenta di conciliare questo duplice contraddittorio sentimento dando al figlio vita eterna, trasformandolo in eroe, spedendolo per via più o meno diretta nell'oltremondo.
Tutti i mitici figli della furia [femminile o maschile che sia] hanno un destino da eroi guerrieri: Eracle è figlio - illegittimo - di Zeus e Alcmena e subisce le persecuzioni sistematiche di Hera, moglie di Zeus, incollerita per l'ennesimo tradimento del marito [info wikipedia qui]; Ares, dio greco della furia bellica, secondo alcune leggende nasce da Hera senza la... hem... compartecipazione di Zeus, dopo che Hera era rimasta indispettita dal fatto che Zeus avesse generato Atena dalla propria testa [info qui: www.mondogreco.net].
Nel linguaggio di quel particolare mito che è la psicologia moderna, c'è una suggestiva spiegazione del fenomeno.
Melanie Klein descrive come particolarmente critica per lo sviluppo del bambino la fase o posizione schizoparanoide [tra gli 0 e i 5 mesi]:
"Il soggetto [in questa fase] vive una situazione tipica della schizofrenia in cui l’identità è diffusa [non c'è distinzione tra sé e altro da sé; l'altro da sé in questa fase è per lo più la madre, in quanto "seno"] e vive il sé e le relazioni come solo buone o solo cattive, senza la capacità di integrarne gli aspetti. Terrorizzato dalla pulsione di morte, il bambino teme che il seno cattivo perseguiti il sé buono e allo stesso tempo teme che il proprio sé cattivo possa aggredire e danneggiare il seno buono.
[...]
Nella successiva posizione depressiva "Il bambino, che durante la fase schizoparanoide ha aggredito e tentato di distruggere il seno cattivo, riconosce ora che il seno buono coincide con quello cattivo, per cui viene sopraffatto dal senso di colpa che lo spinge a riparare l’oggetto che prima ha sciupato e danneggiato. Interiorizzando le norme che regolano la distruttività interiore il bambino si assicura che l’oggetto amato non verrà più sciupato" [da wikipedia, qui].
In sintesi, che questo avvenga per una strutturale incapacità del neonato a capire quello che gli accade nel rapporto con la fonte di nutrimento e piacere [il seno, la madre, che ora c'è e ora non c'è, a volte o spesso in modo imprevedibile], per ambivalenza della madre nei confronti del figlio, per analogo atteggiamento del padre o per tutti e tre questi fattori variamente intrecciati può capitare che alcuni di noi si portino dentro un'irrisolta furia inconscia, derivante da un reale o immaginato [fa poca differenza] abbandono primario.
E può capitare che questa furia inconscia induca alcuni a vivere destini eroici, a volte con finali tragici.
E, tra i destini eroici, l'alpinismo - non a caso - "eroico": la dura lotta con l'alpe [Rey], la lammeriana scommessa con la morte, l'alpinista come guerriero.
Si pensi a M.F. Twight che, con la sua spietata e coraggiosa sincerità, scrive Kiss or Kill. Confessioni di un serial climber [Milano, Versante Sud, 2004] esplorando a fondo il suo alpinismo come furia e ribellione: "le mie migliori performance […] sono avvenute quanto ho utilizzato l’arrampicata quale strumento per evitare il suicidio invece che come metodo per conseguirlo” (p. 56) [!!!].
O a J. Simpson, figlio di militare, che, in eserga a Questo gioco di fantasmi. Storie vere di un sopravvissuto [Torino, Vivalda 1994], riporta una poesia di Sassoon: A uno che fu con me in guerra.
O - più banalmente - ad alcune espressioni tipiche dell'attività alpinistica: l'"attacco" di una via, le tecniche di "assedio" per un ottomila", le scarpette per arrampicare dal nome "katana" [la spada del samurai], la salita come "penitenziagite", l'allenamento come espiazione, ecc..
Quindi gli alpinisti sarebbero eroi? Imprudenti e più o meno donchioscotteschi o tragici guerrieri, ingannati a seguire il loro destino da una non ben compresa "furia da abbandono primario"? L'alpinismo come espressione di tendenze distruttive e autodistruttive non elaborate?
No, non direi questo.
Ognuno vive la montagna come meglio crede e a partire dalle motivazioni più varie, consce e inconsce che siano.
Ma se c'è la furia...
E se questa furia è immotivata...
Mmm...
Qui c'è odor di abbandono primario. Ed è meglio stare attenti.
Il bello è che l'alpinismo, in questi casi, non è solo destino tragico.
Ma, come suggerisce Twight nella frase che riporto sopra, contiene in sé anche una possibile via d'uscita dalla trappola. E la via d'uscita dal destino tragico sta in quel vuoto di cui scrive Schiestl: "Avrei dovuto dovuto arrampicare oltre, non pensare a niente" [tra parentesi, Schiestl morì nel 1995, a 38 anni, non in montagna, ma in un incidente d'auto, dopo aver virato - un po' alla volta - la sua carriera alpinistica verso l'arrampicata sportiva].
Nella Bhagavadgita Krishna, dando suggerimenti ad Arjuna prima della battaglia di Kuruksetra che l'eroe - figlio ancora una volta di un dio della guerra, Indra - si rifiuta di combattere contro familiari e amici, così si esprime in merito all'atteggiamento mentale che consentirà ad Arjuna di agire senza restare intrappolato nel karma, nelle inevitabili conseguenze negative della propria azione distruttiva:
"... rimanendo immerso nello yoga [unione con lo Spirito attraverso la meditazione], compi tutte le azioni abbandonando l'attaccamento [ai loro frutti]. Rimani indifferente al successo e al fallimento [mentre agisci]. L'equanimità mentale [riguardo al successo e al fallimento] è chiamata yoga..." [più avanti definito come "intelletto immobile", "dissoluzione dell'ego nel Sé"].
D'altra parte, continua Krishna:
"Tre sono le porte dell'inferno che portano alla distruzione del bene dell'anima: lussuria [o desiderio], collera [o furia] e cupidigia. Perciò, l'uomo deve abbandonare queste tre" [la Bhagavadgita è consultabile in versione integrale qui].
A prescindere dal linguaggio mitologico in cui il testo veda si esprime, almeno a me è chiaro che "yoga" corrisponde a ciò che I Ching chiama "centro" e di cui scrivo a volte, al "vuoto interiore" cui fa riferimento Schiestl nel suo racconto, alla meditazione come capacità di raggiungere uno stato di cosapevolezza intensa in azione di cui scrive Twight in Alpinismo Estremo [p. 27]. Credo non sia un caso che diversi autori - tra questi, ad esempio, Schellenbaum - identifichino in questo stato di vuoto - la coscienza aurorale - la condizione interiore ottimale per consentire alle ferite inflitte dall'abbandono primario [reale o percepito che sia] di cicatrizzare.
Il campo di battaglia - una salita alpinistica impegnativa, con un reale rischio di morte - forza e accelera il processo che porta a sviluppare questo vuoto, risanante e in grado di far attraversare indenni l'orrore.
Sì, è vero.
Prima ci si riempie di cacca i pantaloni.
Poi si vedono - non solo metaforicamente - le schiere angeliche [nel precedente post scrivevo che tra consapevolezza quotidiana e percezione del vuoto sta il regno dell'immaginario: in questo passaggio la consapevolezza ordinaria è attraversata - quando non invasa e inflazionata - dalle componenti della trama archetipica e simbolica della realtà, da dei e demoni].
Infine si raggiunge il vuoto, il silenzio.
"Quindi", mi chiede Andrea, "come si fa a distinguere
quando la furia è costruttiva e quando pericolosa? Come distinguere quando le condizioni sono giuste per attaccare una via?"
Bella domanda.
Comunque, di sicuro, se c'è furia e non si riesce a restare centrati, meglio lasciar perdere.
O, nella migliore delle ipotesi, ci si ritrova col culo per terra.
Nella peggiore...
Vabbe'...
Passo e chiudo.
***
Mi scrive Farfalla Indigesta:
News
La penultima
Commento
Troppo lungo!
Va a finire che si legge a random. Bai de uei: un po' ci hai ragione. Su che cosa ci sta in mezzo.
E c'è altro oltre alla montagna: l'arrampicata! Io per esempio mi sono già pentito di aver detto di sì al socio per domani. Sveglia presto, camminata, via, discesa, ginocchia che fan male, ecc. ecc.. Mentre invece potrei essere bello rilassato a fare qualche iperstetico tiro. O al mare, per esempio. O con una fanciulla.
Ma potrei anche schiantarmi da qualche parte mentre sto andando al mare.
Alla fine insomma io dico che: devi fare un post sulla motivazione, motore di tutta la nostra vita, altro che balle.
E poi, visto che tutto gira intorno alla motivazione [maledetta], potresti postare un video di Dakota Brookes, visto che il significato [inteso come il fine] della motivazione non c'entra proprio un qaz con la motivazione stessa.
O forse no.
Tu che sai, tu che puoi, posta. Io rimango nel mio afoso torpore. Indigest Farfalls
Respondeo
Ciao Farfalù.
Allora...
Sulla lunghezza dei post, scrivo prima di tutto per me e solo secondariamente per gli altri. Mi serve a mettere in ordine quello che mi passa per la testa. E tradurlo in un linguaggio socialmente condivisibile lo rende anche - per così dire - meno "selvaggio".
Se non vuoi leggere tutto, puoi fare come con i troppi spit in montagna: salta. Non mi offendo.
Sulla motivazione, temo di non essere in grado di dare a te la motivazione che tu non hai; o te la dai da te, o niente; se proprio vuoi, per motivarti, puoi:
- fingere, che ne so, che uno smilodon stia costantemente in agguato dando la caccia a te, proprio a te...
- o che, lì per lì, non sai quando, il cielo sia sul punto di caderti sulla testa...
- o che, alla Castaneda, la morte se ne stia lì, sulla tua spalla sinistra e ti sussurri in continuazione, come una litania: "Ricordati che devi morire..." [e tu puoi rispondere: "Mmo m'o segno"]...
- o, come scrivi, pensare che da un momento all'altro potresti schiantarti in auto, magari proprio andando al mare.
Sì, il momento ultimo incombente è un ottimo acceleratore di processo: ti fa capire che cosa vuoi davvero; ti dà determinazione nel raggiungerlo, ti rasserena se non lo raggiungi, forza la tua totalità ad aprirti come una vongola se ti orienti a fare cose che non fanno per te e, in ogni caso, crea vuoto interiore [e quindi fa bene].
Su Dakota Brookes, siamo "punto e a capo"; so che scherzi; ma perché chiedi a me di caricare sul mio sito il video di una donna che interessa a te? Fossi in te, se la tipa mi interessasse davvero, io la chiamerei e la inviterei a uscire. Se accetta, bene. Se no, c'è sempre da imparare, anche da un "due di picche". Sì, certo: la probabilità di riuscire a ottenere un appuntamento con una giovane e danarosa pornostar dell'Alabama per un - per quanto aitante - quarantareeene italiano squattrinato, nonché alpinista con una pur discreta carriera, ma in pre-pensionamento, è piuttosto bassa; e quindi io non lo farei [forse perché non mi piace abbastanza]; ma io non sono te...
Hem... Mi sa che sono stato brusco.
Colpa dell'alpinismus: accelera i processi.
Ok, per la consulenza on line, fanno 50 euri...
Scherzo, eh?
Alla prossima.
Ciao
Sandro
***
Soundtrack - Mogwai Fear Satan - Part 1
Mogwai [Young Team]
Soundtrack - Mogwai Fear Satan - Part 2
Mogwai [Young Team]
Nella foto - Su L7, verso la sosta e le placche nere di "Mephisto".
La via è evidente: un filo di cresta affilatissimo
dove ci si solleva tra picchi e strapiombi impressionanti.
E' itinerario di gran classe,
un diamante che sfida il tempo
e le migliorie della tecnica alpinistica,
capace d’illuminare con la luce gialla e nera del granito
i ricordi di chi ha avuto il coraggio di raccoglierlo
e metterselo in tasca.
A. Gobetti, J. Merizzi, Aria di Valtellina
Lecco, Stefanoni ed., p. 121.
Uno
Lunedì.
Commentando il racconto della salita della scorsa settimana, Nicola mi scrive:
"E' evidente che se Andrea vuol assurgere all’Olimpo, non può più affidarsi a voi, vecchi guerrieri ultraquarantenni, statisticamente più facili prede dello smilodon di passaggio. :-)
"E quindi, forse è anche negli oscuri disegni del fato, il fatto che dall’Olimpo vi siate diretti verso una più consona [per via del nome] 'don Chisciotte'? "Il Cavalier Sandro che lotta contro i Mulini a Vento [simbolo di forze a noi superiori e che di fatto ci soverchiano] armato di messneriani scarponi a suola rigida?"
Gli rispondo, via email:
"In effetti, la seconda traccia che mi sarebbe piaciuto seguire nel post era proprio quella che individui tu: Olimpo vs Don Quixote. Poi ho rinunciato: mica si può scrivere un intervento lungo cinquanta pagine, no?
"Comunque il nucleo è lì.
"La firma di Giudirel su fuorivia è un'illuminante frase di Turgenev: 'Riteniamo che tutti gli uomini appartengano più o meno a uno di questi due tipi, che ognuno o quasi ognuno di noi assomigli a Don Chisciotte oppure ad Amleto'.
"Insomma, dramma [non riesco a definirlo "commedia"] picaresco vs epica/tragedia.
"Magari ci ricamerò su un po'.
"Vediamo..."
Due
Sabato pomeriggio.
Sto salendo, sotto l'acqua, il sentiero che porta al rif. Gianetti.
E sto rimuginando.
Sull'opposizione Amleto Vs Don Quixote.
Morire - che ne so? - sulle Pale di San Lucano, in mezzo a una terrificante tempesta, nel tentativo di realizzare la prima ripetizione di una qualche remota via tracciata da cencenighesi o vicentini, mentre si combatte "[...] contro il mare delle afflizioni, e, combattendo contro di esse metter loro una fine" [Amleto, atto terzo, scena prima] è amletico o donchiscottesco?
Mah, per chi sta morendo, forse amletico. Per chi - da fuori - assiste all'evento o ne viene a conoscenza, donchisciottesco...
Di sicuro.
E cadere - che ne so? - sulla parete sud di Cima alle Coste, sul primo tiro di una via di nome "Sodoma e Gomorrah", precipitando con un tronco marcio in mano?
Donchisciottesco, di sicuro: ha tutta l'aria di sembrare al grottesco sbaragliamento di don Quixote a opera degli immaginari Giganti - in realtà inanimati mulini a vento - sulle piane della Mancia di cui scrive Nicola.
Percepito da fuori.
Percepito da dentro, non so.
Durante il volo e atterrato sul muro a gradoni sotto la sosta, mentre guardavo davanti a me il Bondone e il cielo sopra, limpido e indifferente, mi sentivo come immerso in un gelo torrido, in quel vuoto soverchiante che spiana ogni significato e che - penso - tutti noi percepiamo all'origine e alla fine.
E' lo stesso gelo torrido sperimentato sulla variante a La Sfera di Cristallo, anni fa.
Lo stesso vuoto saturo al punto da azzerare ogni intenzione provato all'uscita de "La Via della Rinascita", dopo settecento metri di rocce friabili, intervallate a placche sprotette, appena fuori dal salto, nel bosco, al tramonto. Il sole calava in un cielo di varie tonalità giallo pastello. Nel bosco odore di ciclamini. In basso la valle, con i suoi paesi. E il mondo invaso da quel gelo, da quel vuoto.
Se dovessi tracciare le linee di una cosmologia di ciò che - alla Heidegger - si dà a me come mondo, prima e dopo direi che c'è quel vuoto.
Appena dopo e appena prima [del vuoto dissolvente] c'è lo spazio dei deva, degli angeli e dei demoni, delle entità che popolano l'insostanziale mondo dell'immaginario.
E in mezzo c'è l'amletico e/o il donchisciottesco.
O l'epico, o il comico...
O la poltiglia...
O qualunque gioco gli uomini e le donne giochino per continuare a fare quello che fanno, ingannati dai deva, da altri umani o autoingannandosi.
O i più consapevoli - forse - scegliendo...
Certo che qui sta piovendo, eh?
Sto ancora salendo lungo il sentiero, ormai trasformato in uno dei molti torrentelli scrocianti che scendono sul largo fianco della montagna.
Poco probabile [sono su un versante ampio], ma...
Metti che qui vicino cada un fulmine e che tocchi il suolo inondato d'acqua...
Se restassi arrostito, la mia sarebbe una morte amletica o donchisciottesca?
Beh, il dubbio è amletico.
La fine, vista da fuori, donchisciottesca.
Ok, la prossima volta che Fabio e Pietro mi invitano a fare una via di prestigio con loro, le previsioni, le guardo per davvero. Non così, per sfizio.
Se il meteo dà "nuvole e pioggia", questo significa "nuvole e pioggia", mica "pizza e fichi".
Tre
Dopo cena, al rifugio, davanti al tradizionale grappino di mirtillo [mai bevuto in rifugio; ma questa volta faccio uno strappo], rispondo a una domanda rivoltami da Fabio all'inizio del sentiero: "Allora, come è andata sul 'Pesce'?"
Io, all'inizio del sentiero, gli avevo detto: "Mah, facciamo che ne parliamo dopo?". Non riesco proprio a parlare camminando.
Ma ora mantengo la promessa.
Racconto la storia dell'orso.
E poi mi lancio in una disquisizione sulle consequenze della legge di Weber-Fechner [
l'intensità della percezione di uno stimolo è proporzionale al logaritmo dell'intensità dello stimolo medesimo - info qui: wikiversità] sulla carriera di un arrampicatore.
Per farla breve, se salgo una via che mi fa vivere emozioni molto intense [tipo la "Via degli Antichi"], la prossima volta, per vivere emozioni altrettanto intense, dovrò affrontare un itinerario ben più difficile, che mi dia stimoli più forti. Altrimenti non percepirò più l'emozione in modo così vivo.
E questo ha almeno tre conseguenze importanti:
Il giochino può andare avanti solo finché si è giovani e ci si muove per lo più sui gradi bassi della scala di difficoltà e di rischio; poi, passati gli anni, per vivere le emozioni di una salita grandiosa, si dovranno affrontare difficoltà molto elevate, su vie poco proteggibili e magari con un fisico non più in forma smagliante; e questo aumenta la probabilità di incidenti [è pur vero che aumenta l'esperienza; e questo riduce il rischio];
al tempo stesso anche la percezione del rischio si attenuerà; l'organismo si è talmente abituato alla paura - come segnale di pericolo - che non è più in grado di percepirla; e questo può essere davvero un guaio: si rischia di diventare del tutto indifferenti alla propria salvaguardia personale;
e infine, dopo una, o dieci, o cinquanta salite da collezione, le successive tenderanno inevitabilmente a ripetersi; quindi perché continuare? Per vivere un'esperienza già vissuta una, o dieci, o cinquanta volte? Come dice Ralf, c'è altro oltre l'arrampicata.
Finiamo il grappino e andiamo a letto.
Quattro
All'attacco dello Spigolo Vinci [versione ridotta] abbiamo davanti una cordata.
Salgono il canale del primo tiro, fermandosi a 2/3.
Io, Fabio, Giovanni e Pietro ci prepariamo alla base.
Poi parto io.
Memore delle meditazioni serali e temendo i previsti temporali pomeridiani, catalanescamente ragiono: "Se arriva il temporale e noi siamo ancora in via, considerato che dalla cresta si può scendere solo all'inizio o alla fine, è meglio che in parete ci siano tre, due o una cordata?"
"Una", mi rispondo. Fare in sette sei doppie sotto l'acqua sarebbe tutto fuorché piacevole.
La cordata davanti è di tre persone, che si stanno legando per salire l'ultimo facile tratto prima della linea di spigolo.
Saranno lenti.
So che non è educato e non è bello. Ma salgo slegato il canale e li supero, raggiungendo il colletto in cresta.
I soci mi seguono.
Poi io e Giovanni ci leghiamo. Lo stesso fanno Fabio e Pietro.
Giacomo - il ragazzo che conduce la cordata di tre - supera Fabio e Pietro e tenta di star dietro a me e Giovanni.
Poi io, sul tiro di VI, allungo.
E' entrato in azione il motoneurone teutone, il vuoto.
No, non quello dissolvente, grande.
Quello piccolo, l'assenza di "io".
Quella che fa andare e andare e andare.
Sotto le mie dita e davanti ai miei occhi passano il bel tiro della "Schiena di Mulo", il diedro nero, il magnifico "Spigolo Giallo", le gemme di quel piccolo capolavoro di arrampicata tracciato da Alfonso Vinci, cacciatore di diamanti, sull'affilata e seghettata lama di cresta del Cengalo.
In quattro ore siamo al colletto dal quale iniziano le doppie.
Cinque
In discesa, sul sentiero.
Alla fine non ha piovuto. Anzi, il pomeriggio è magnifico.
Pietro ha imposto alla comitiva un ritmo di discesa piuttosto sostenuto ["Ahi, le ginocchia... Ahi, la schiena..."].
Io, che ho perso l'elastico per il codino dei capelli, con la lunga chioma grigia che fluttua al vento, a petto nudo con un ciuffo di peli bianchi nel bel mezzo, magro e "tirato come un dobermann" [cit. Roper] come solo in piena stagione alpinistica posso essere, forse anche per il vuoto attraversato lassù non so bene se sono un incanutito angelo sterminatore che cala sul mondo con - dietro la spalla sinistra - la sua lama mozza-teste [l'affilata, seghettata, infinita lama del Cengalo], o un om salvadeg, o un gigiat redivivo, o un emulo dei mitici arrampicatori yosemitiani in stile hippy "anni Settanta".
Poi la discesa fa il suo mestiere.
Ginocchia e schiena dolenti, muscoli affaticati, il bruciore del troppo sole sulla pelle, un paio di scivoloni sul sentiero, il sudore, la sete mi ricordano chi sono.
Alla fine del sentiero, ai Bagni - stiamo scendendo a tutta velocità, sfruttando l'onda, per forza di inerzia: se ci fermassimo, non riusciremmo più a ripartire, mi sa - le comitive ci fanno largo: "Fate passare gli alpinisti..."
Alpinisti...
Che parolone: al massimo rocciatori, come scrive di me Andrea su "La Pelle dell'Orso".
Mica facciamo ghiaccio, noi... Fabio, quasi sulla strada, si lascia sfuggire un: "Non ho più l'età, per queste sfacchinate..."
Ma so che già sta programmando il prossimo giro, la prossima avventura.
E, inevitabile, sorge la domanda.
E' davvero possibile scegliere il proprio gioco, nel labirintico, mutevole pieno tra il vuoto iniziale e il vuoto finale?
Possiamo davvero eludere gli inganni che deva e umani seminano sulla nostra strada?
E quelli che noi stessi coltiviamo in noi?
Un occhio nell'adesso e uno nell'abisso basterà?
A scegliere e a eludere, intendo.
Mah...
Nel diminuire dell'aumentare,
nell'accrescere del decrescere
è coinvolto l'inizio davvero.
I ching. Il libro della versatilità
Torino, UTET, 1997, p. 560.
Uno
"Quest'anno"
, mi ero
ripromesso, "niente vie lunghe. Niente alpinismus..."
A parte la vertebra ancora non del tutto a posto, c'è il fatto che, ne sono consapevole, in questi ultimi due-tre anni il richiamo del basso è diventato sempre più forte.
E ostinarsi a salire quando
qualcosa chiama in basso è pericoloso.
Si rischia di scendere a rotta di collo.
O di schiena...
Nicola ha una sua teoria in merito.
Lui pensa che, siccome fino a non più di un secolo fa - per le difficili condizioni di vita - la maggior parte dei maschi quarantenni era in prossimità della fine della - chiamiamola così - propria carriera esistenziale, ora che si vive di più e meglio, superati i quarant'anni, non si può comunque non sentire questo richiamo del basso.
"Una volta", spiegava a me e a Dario durante una cena, "quando i nostri antenati erano cacciatori-raccoglitori, uno correva da una parte all'altra, catturava animali, uccideva avversari, aumentava in forza e in abilità fino al culmine della sua potenza fisica, a quarant'anni.
"Poi la prestanza atletica diminuiva, i sensi si indebolivano... E il nostro antenato cacciatore, che prima era in grado di sfuggire agli smilodon o addirittura a infilzarli con una lancia prima che quelli facessero danno, ora non ci riusciva più. Fino a che uno smilodon più opportunista degli altri... Sgnack! Ci siamo capiti, no?"
Nicola sarebbe addirittura per la reintroduzione in natura di smilodon clonati. Così, giusto per rivivacizzare il passaggio d'età e rendere l'ingresso nella fase discendente dell'esistenza meno virtuale e simbolico.
E lui ha trent'anni, eh?
A me viene da aggiungere che, a quelli tra i cacciatori-raccoglitori che riuscivano a sfuggire alle zanne degli smilodon opportunisti, era inevitabile capitasse di dover fare i conti con la questione del senso: molti amici che se ne vanno, le mie forze che - piano piano - sfumano, i giovani che avanzano e vogliono prendere il mio posto; ma anche una vita dura, di fatiche e sofferenza, solo a tratti illuminata da sprazzi di felicità; e con la prospettiva che, con l'avanzare dell'età, le cose abbiano poche probabilità di migliorare.
Dai quarant'anni in avanti la componente umbratile, oscura della vita inizia a farsi avanti, a pretendere attenzione...
Il basso chiama, esige di essere preso in considerazione.
Odisseo, verso la fine dei suoi vagabondaggi per mare, prima di restare per anni non del tutto volontario ospite di Nausicaa e di tornare finalmente a casa, non deve forse vivere la sua nekya - la sua calata agli inferi - che gli dà la possibilità di conoscere la sorte di compagni di battaglia e famigliari e di salvarsi - grazie a quanto ha appreso - dai mille pericoli che ancora lo attendono nel suo viaggio di ritorno?
E Dante non inizia anche lui il suo walkabout nei regni dell'oltremondo ritrovandosi tutto di un colpo in una "selva oscura" proprio "nel mezzo del cammin di nostra vita"?
Chi, in passato, riusciva a sfuggire agli smilodon opportunisti e ad attraversare più o meno indenne l'oscura selva del dubbio, diventava punto di riferimento per la comunità.
Oggi non è più così.
Le condizioni di vita sono molto più facili che in passato: niente più smilodon...
Inoltre le dinamiche demografiche e i moti simbolici profondi della nostra società ci portano a credere che la morte sia solo un brutto sogno e che noi siamo destinati a restare per sempre giovani [o, da un altro punto di vista, condannati a non diventare mai adulti].
Tutto è così sempre nuovo.
Tutto è così sempre fresco.
Tutto è così sempre da scoprire.
Però il richiamo del basso - inesorabile - a quarant'anni...
Toc, toc...
"Heilà... Sono lo smilodon. Come va?"
A me lo smilodon opportunista... Sgnack! L'anno scorso ha scheggiato la prima vertebra lombare.
Quindi, quando Andrea - lunedì - mi aveva chiamato per propormi "Olimpo" in Marmolada, io prima avevo nicchiato. E poi avevo accettato, ma a condizione di fargli da secondo di cordata.
"Tiri tu..."
Andrea non aveva potuto che accettare, anche perché il giorno prima - domenica - lui e Dario avevano tentato la via. Ma si erano dovuti ritirare dopo che Dario - mio compagno di cordata in più di qualche salita ai confini dell'oltremondo - era caduto rompendosi un piede [lo stesso rotto anni fa volando sulla "Via degli Scoiattoli" a Cima Scotoni].
E Andrea non era riuscito a trovare compagni di cordata della sua età che lo accompagnassero nel suo tanto desiderato viaggio su "Olimpo".
Ora - venerdì pomeriggio - sono con Andrea in auto.
Destinazione:
Malga Ciapela.
Sto cercando di spiegare la teoria dello smilodon ad Andrea, che, so, è dubbioso.
"Quante cordate di Brescia hanno fatto il 'Pesce'?", gli chiedo.
"Tre: Tiberio Quecchia e Saverio Occhi [forse con Francesco Prati]; Beppe Chiaf e Michele Avanzi; tu e io".
"Quanti di questi sono ancora vivi?"
"Francesco Prati, Beppe, tu e io..."
"E io", "io", Sandro, "l'anno scorso? Un niente, e sarei passato dalla parte dei più..."
"Che bei discorsi...", e fa un vigoroso gesto scaramantico facile a intuirsi.
"Non so che farci. La matematica a volte è un'opinione. Ma in questo caso i dati parlano chiaro: dopo i quarant'anni qualcosa chiama in basso; e, specie se si fa gli alpinisti e per vent'anni e più si è puntato a salire, si deve scendere; e, o si scende a rotta di collo, o si scende piano piano, accettando di vivere la propria nekya, di attraversare la 'selva oscura', di penetrare nel buio del dubbio rimanendoci finché non ci si riesce a orientare almeno un po', in quell'ombra...
"Insomma non c'è scampo: o scendi, o scendi. "Per questo io, su 'Olimpo', preferisco arrampicare da due. Meglio scendere piano..."
Andrea resta dubbioso.
Due
Sabato mattina.
Attacco di "Olimpo".
"Andrea, mi passi le scarpette?", gli chiedo.
"Io non le ho..."
Guardo nel mio zaino: niente scarpette.
Dove diavolo sono le mie scarpette da arrampicata?
Dimenticate in auto.
Andrea aveva detto che si occupava lui di tutto, del materiale eccetera. E io l'ho preso alla lettera: sapevo di dovermi preoccupare della mia roba; ma evidentemente qualcosa in me pensava che lui si occupasse anche delle mie scarpette...
L'alba è magnifica.
So che Andrea mi calerebbe volentieri il suo martello sulla capoccia, facendomi scendere di sotto - non solo in senso metaforico e a velocità supersonica - a fare quattro chiacchiere sulla natura dell'oscuro con l'Avversario, "il Divisore", il Satan, colui che - secondo il libro di Giobbe - fece cadere in tentazione Dio stesso.
Ma si trattiene.
In fretta elaboriamo un piano alternativo: "Don Quixote", qualche pilastro più in là. Lui non l'ha ancora fatta. Io lo seguirò comunque da secondo e con le mie pedule sfondate da avvicinamento ai piedi.
La prospettiva è "VI Marmolada" con gli scarponi, come ai tempi di Messner.
Ho sbagliato. Devo pagare, no?
In via Andrea è molto rapido.
E io, nonostante l'attrezzatura deficitaria e il ridicolo allenamento annuale sia alla quota che su vie di più di trecento metri di sviluppo, riesco a stargli dietro.
Un'ora e mezza fino alla cengia mediana.
Poi la cordata rallenta.
Davanti ci sono altre cordate che stanno salendo al loro ritmo.
Andrea per un po' pazienta.
Poi scalpita e - non riesco a capire come - riesce a convincere le altre cordate a farci passare.
Secondo me i cechi della prima e della terza cordata davanti a noi e i veneti della seconda ci hanno odiato cordialmente.
Vabbe'...
Pazienza...
Le mie scuse.
Fatto sta che alle 14:00 siamo in vetta.
7 ore.
Quando avevo ripetuto la via con Giovanni, ne avevamo impiegate molte di più.
Eh, paradossi dell'oltremondo.
A salire, si scende; a scendere, si sale.
E a stare fermi?
Mah, mediterò...
***
PS - Evidentemente le sfere rotanti della poltrona dei massaggi shiatsu di Ralf non hanno fatto tutto il danno che temevo. Quindi si potrebbe completare la chiusa di cui sopra con la seguente: "Non tutto ciò che fa male, fa male davvero..."
***
Mi scrive Cristiano Pastorello:
Via
Maffei-Frizzera
Area
Vallaccia, Torre di Vallaccia
Commento
Il 3° tiro della fessura strapiombante non direi che è un 7a. Io credo che si possa stare tranquillamente sul 7, magari 7+. Poi credo che a livello alpinistico sia una via stupenda. Bisognerebbe raccomandarla più che descriverla come una cosa infima. Poi anche la roccia nel complesso non è male. Cristiano Pastorello
Respondeo
Ciao Cristiano.
Anch'io ricordo la "Maffei-Frizzera" come un'avventura grandiosa: una giornata intensissima conclusa con un rientro al buio nei misteriosi boschi della Valle di San Nicolò.
Resto però dell'idea che itinerari simili siano da raccomandare solo a chi sa il fatto suo.
Anche perché, come sai meglio di me, in Vallaccia sulle placche la roccia è solida, lungo le fessure richiede attenzione.
Per questo, nel presentare la via, scrivo: "una via da consigliare ai nemici, a meno che non si parta già con l'intenzione di vivere un'avventura d'altri tempi".
Insomma, bisogna essere consapevoli di quello che si va a fare. E' anche vero che già il primo tiro fa selezione.
Poi magari, se avessi ripetuto la via - che ne so - due anni fa anziché nell'ormai lontano 2004, le mie valutazioni sarebbero state meno scoraggianti [sì, all'epoca drammatizzavo molto].
Sui gradi della fessura strapiombante mi affido alla tua valutazione, di sicuro più oggettiva della mia, considerata la tua maggiore esperienza sulle alte difficoltà in montagna.
Grazie per il tuo commento e le integrazioni alla relazione.
E complimenti per l'attività.
Buone arrampicate.
Ciao
Sandro
***
Mi scrive Paolo A.:
News
Nel mezzo del cammin...
Commento
Certo che leggere il tuo sito ogni tanto è chiarificatore.
Pensa che, proprio quest’anno, nonostante un inverno di allenamenti intensi [almeno per i miei parametri] quando sono lassù mi ritrovo in uno stato motorio da bradipo lesso.
Mah...
Sarà che a fine anno son 39. E ogni tanto mi trovo a ragionarvi stupendomi un attimo di come tutto sia volato così in fretta. E mi ritrovo già "anta"...
Qualcosa che solo 10 anni fa mi pareva lontano parsec...
Negli ultimi anni per me "arrampicare" ha significato quasi solo "aprire"; e qualche bella soddisfazione, grazie all’apporto determinante di un gruppo di Amici - di quelli con la A maiuscola appunto - è stata messa nello scrigno dei desideri realizzati.
Eppure domenica mi sono riscoperto a progredire titubante sulle placche argento adamelline, che dovrei pur conoscere bene, ora.
Maledizione: come un placchista alla prima esperienza out calcare...
Passo incerto, sguardo dubbioso a cercare appigli che non ci sono, la fantasia tesa allo spasimo a fare di una macchia nera un fungo, di una crepa appena accennata una fessura pronta ad accogliere generosamente ogni sorta di protezione clean...
”Prova con un talon!”, mi urla da sotto Angelo!
Ma che casso di talon!!! Non vedo gnanca uno svaso grande come 'na scodella, oggi!!!
Continua a scrivere DDT.
Io leggerò volentieri le elucubrazioni di uno che, senza scadere nell’adulazione, reputo sia salito piuttosto in alto nella progressione delle lisce muraglie del nostro Essere a utile uso tanto privato quanto dei suoi lettori affezionati...
Ciao e viva i quarantenni!!! Paolo A.
Respondeo
Ciao Paolo.
Grazie, davvero troppo gentile: sono solo elucubrazioni, appunto.
Se poi sono utili ad altri, oltre che a me, ne sono contento. Anche se - come rispetto alla relazione di una via - bisogna sempre fare la tara alle mie tirate filosfiche: non so mica se sono nel giusto o no.
D'altra parte, se tu apri [e questo è il tuo contributo alla comunità] io scrivo [e questo è il mio]. E cerco di farlo il meglio possibile.
Certo, i miei interventi si vanno rarefacendo: ma sono come la mia attività, a ritmi ridotti, considerata l'età.
Grazie per il tuo commento.
E, quanto allo stato motorio da bradipo lesso, secondo me prima o poi passa.
Ciao e buone aperture.
Sandro
***
Mi scrive Lorenzo M.:
News
Questa
Commento
Chiaccherando con amici camuni mi sembra di aver capito che anche Berni abbia ripetuto la via e che anche lui sia vivo... :-)
Naturalmente è un info da confermare... Ma, considerate le sue doti...
Ciao
Lorenzo
Respondeo
Ciao Lorenzo.
Che Berni sia vivo e vegeto, al punto da stamparsi 8c e 8c+ a manetta, ne sono certo.
E sono abbastanza sicuro che abbia salito anche il "Pesce". Avevo sentito anch'io voci analoghe, ma non ne ero sicuro.
Meglio: media più alta.
Grazie per la news.
Ciao e buone aperture.
Un giovane che cercava la verità
si recò da un maestro zen e gli chiese:
"Come possiamo evitare il caldo e il freddo?"
In maniera metaforica la domanda del giovane era:
"Come possiamo evitare piacere e dolore?"
Infatti è così che lo zen parla di piacere e dolore: "Caldo e freddo".
Il giovane dunque chiese: "Come possiamo evitare il caldo e il freddo?"
Il maestro rispose: "Avendo caldo e avendo freddo".
M.F. Twight, Alpinismo estremo. Salire leggeri, veloci ed efficaci,
Milano, Versante Sud, 2009
Uno
Sabato sera.
Ralf insiste perché provi la sua poltrona dei massaggi shiatsu.
In effetti, dopo una giornata di contorsionistiche sfacchinate sul tecnico e atletico verrucano della nuovissima falesia di Cimbergo, un massaggino ci vorrebbe proprio.
Ma ho paura che le sfere rotanti della poltrona dei massaggi shiatsu di Ralf modifichino il nuovo allineamento ad accennata spirale sinistrorsa delle mie vertebre.
Con tutto il dolore che mi è costato...
"No, no... Guarda... Non è il caso..."
"Dài, prova! Limito il trattamento alle vertebre cervicali e dorsali".
"Vabbe'...".
Incrocio le dita.
Quando le sfere rotanti della poltrona dei massaggi shiatsu di Ralf passano sui margini esterni delle mie vertebre alte e sui muscoli dorsali, ho strane sensazioni.
Mah...
Due
Domenica mattina.
Pinnacolo di Maslana.
Io e Giovanni volevamo fare prima "Mastro Geppetto" e poi "Con O.B. vai tranquilla" [sic!].
Ma devo aver sbagliato qualcosa sul primo tiro.
E così siamo finiti su "Il Risveglio" [rel. testuale qui: scuolaguidodellatorre; visuale qui: www.maslana.it], già percorsa qualche eone fa.
Sono sul diedro strapiombante di L4.
Nonostante il sabato in falesia [1 7a flash con acchiappo al volo della catena e svariate ribattute su 6c ipertecnici e boulderosi], la sveglia alle 4:50, il fastidioso dolore ai bassi lombari [figurarsi se la poltrona dei massaggi shiatsu di Ralf non faceva danni], sto arrampicando bene.
Non un pensiero o un sentimento...
Solo roccia davanti a me e movimento organizzato da non so che cosa, laggiù, in risposta alla roccia così com'è.
Me ne rendo conto.
E dico tra me e me: "Fosse così anche in basso..."
Subito la fluidità si incrina: inizio a vacillare; e i movimenti si fanno incerti, imprecisi.
"Ok, meglio piantarla di fare gli idioti, eh?"
Sbilanciamento, con correzione via colpo di reni e inevitabile fitta in fondo alla schiena.
Incredibile...
Mi tornano in mente brandelli di frase di un libro letto nei giorni scorsi: "Senza furia e senza orgoglio..."
Sì, senza furia. E, soprattutto, senza orgoglio.
Compostezza.
Calma.
Tutto - per il momento - torna a posto.
In vetta Giovanni si guarda intorno e dice: "Non mi ricordavo che il panorama fosse così bello, da quassù..."
Sì, è bello.
Il cerchio di montagne, il cielo azzurro, il sole forte e caldo - ma non fastidioso - di inizio estate, innocui cumulonembi estivi sopra le cime, lo specchio d'acqua della diga e la sottostante cascata davanti a noi, gli scisti rossastri e grigi, la vegetazione in pieno rigoglio...
E che è finita la stagione della fioritura dei maggiociondoli...
Altrimenti la conca sarebbe qua e là accesa da lampi di un giallo carico.
"Altri tre tiri fino in cima al Secondo Pinnacolo?", chiedo a Giovanni.
"Nah, ho i piedi sfondati".
Ok, giù.
PS
Domenica è stata inaugurata e ufficialmente "aperta al pubblico" la falesia di Cimbergo [e io e Ralf pensavamo che la festa fosse sabato...]. Bella roccia, esposizione nord-ovest, parete immersa in un magnifico bosco di castagni che ricorda Cresciano, ottima chiodatura, gran lavoro di Giacomo e degli altri ragazzi della Valle. Consigliatissima una visita, a patto di rispettare l'ambiente [si è all'interno del Parco dell'Adamello, in una zona di incisioni rupestri soggetta a vincolo]; quindi contenuto delle budella nelle budella [o previamente svuotato] e rifiuti nello zaino.
Qualche info qui: www.up-climbing.com.
Soundtrack - R U Still Into It (Dj Q Remix)
Mogwai - Album: Kicking a Dead Pig
Nella foto - Il Pinnacolo di Maslana [ph www.ariadimontagna.net].
Non tranquillizzarsi: da tutti-i-lati vengono.
Dopo, padronanza.
Insidia.
I ching. Il libro della versatilità
Torino, UTET, 1997, p. 158.
Uno
Sono sprofondato in uno dei miei sogni strani.
Non è piacevole per niente.
Ma, proprio mentre sono sprofondato nello strano, spiacevole sogno, sento una vibrazione alla mia sinistra.
Mi sento come una mano che mi sprofonda nei visceri e li tira verso l'alto.
E' sempre brutto, il risveglio.
Per fortuna è breve.
Apro gli occhi.
Sì, era la sveglia. Ora di alzarsi.
Due
Mombi, L4.
Sono appeso al fix sopra il tettino.
Mi ci sono affidato dopo un paio di tentativi in libera: o le mie dita sono ancora troppo fredde per il VII+ boulderoso indispensabile a superare il bordo dello strapiombo su cui sto penzolando o sono troppo brocco.
Poi mi alzo in Ao.
Non basta ancora: dovrei piazzare il piede dx sopra un'evidente tacca spiovente, tirare due lamette, una per mano, e appoggiare il piede sx non vedo bene dove.
Ma così mi alzerei e mi allontanerei dalla materna sicurezza del solido fix.
E sopra non mi pare di vedere niente di buono.
Altro riposo sul fix.
Poi riparto.
Staffo il fix per alzarmi ancora un po' e vado in libera, staccandomi dal cordone ombelicale della protezione, con la stessa sensazione di disagio allo stomaco provata stamattina al risveglio.
Qui cado. E, se cado, volo lungo. E io non ho voglia di volare lungo.
"Calma, Sandro. Respira. Guardati in giro..."
Sì, riesco a contenerla, la paura.
E, nonostante il continuo tremolio alla gamba sx, mi rendo conto che sto su.
La tacca per il piede dx sembra sfuggire. Ma sembra soltanto.
E le prese, per quanto piccole, dopo un paio di strizzate e un velo di magnesite alle dita, mi sostengono.
Però continuo a vedere, irraggiungibile 40 cm. sopra di me, la presa che mi permetterebbe di uscire dal tratto di parete in cui sono, così povero di appigli e appoggi degni di questo nome.
Guardo meglio e sposto più centrale e più alto il piede sx, su un punto della roccia che non sembrerebbe essere in grado di opporre frizione alla gomma delle scarpette.
E invece lo fa.
Adesso mi basterebbe bloccare di braccio sx, alzare il piede dx su un appoggio, laggiù, e mirare alla presa d'uscita che, ora, sembra meno irraggiungibile di prima.
Me ne sto lì cinque minuti buoni a intingere mano dx e mano sx nel sacchetto della magnesite, forse aspettando che le dita siano pronte alla trazione che le aspetta.
Poi - finalmente - riesco a fare silenzio dentro.
Guardo la presa e - come se ne fossi attirato - vado e la punto di mano dx.
Lah, raggiunta.
E' inclinata verso il basso e viscida.
No, non mi fermo: meglio di no. Raddoppio di sx e cerco a dx. Anche l'altra presa più a dx è svasa e scivolosa.
Penso sia il sudore sulle dita a rendere viscido il granito.
La gamba sx è di nuovo tutta un tremolio.
Guardo in alto, alla ricerca di prese più sicure.
Diritti meglio non salire: prese stondate ricoperte da un velo d'acqua.
Allora a sx, puntando a una bella fessura, fuori di un m. rispetto alla linea di salita. La prendo incastrando le dita con il braccio sx in semirotazione.
Mi sento pensare: "Meglio non volare, o me le torco". Sarebbe una bella scrocchiata.
Ma gli automatismi sviluppati in centinaia di ore di arrampicata fanno il loro mestiere: i piedi scelgono da sé gli appoggi migliori e mi conducono al ridotto frammento di orizzontale sotto la fessura che mi permette di tirare il fiato.
Sistemo al meglio un kevlar di protezione sullo spuntoncino che costituisce la parte finale della lama e con un altro paio di movimenti raggiungo il fix successivo.
Ok, evitata la planata e superato il passo chiave.
Se fossi volato, non mi sarei fatto niente. Ma sarebbe stato davvero un bel piombo.
Sopra di me il sole è splendente come soltanto a maggio e in montagna può esserlo.
E il cielo altrettanto azzurro.
Tre
In auto, durante il viaggio di ritorno Guido interrompe il mio incipiente sonnellino, favorito dall'alzataccia e dalla birra con panino appena terminati, con una delle sue classiche serie di domande a raffica, alimentate dalla sua inesauribile curiosità.
Vuole sapere che cosa penso della centratezza, di quella forma di meditazione in movimento che è l'arrampicata quando sorge dal silenzio interiore.
Lui sa che cos'è: ne ha fatta più volte esperienza, come guida con i clienti, ma ancor più durante il suo tentativo al Torre o i metri e metri delle difficili scalate giovanili, una dietro l'altra, forse proprio alla ricerca di quella sospensione, di quel silenzio magico.
Basta guardarlo arrampicare.
Ha una tecnica e un equilibrio impressionanti. Riesce a fare riposi senza mani in tratti di parete verticali, nei quali a me sembrerebbe impossibile anche solo immaginare di riuscirci.
"Mah", gli rispondo. "Mi sa tanto che la centratezza, la capacità di contenere la paura, l'ansia, la furia, l'amore, il desiderio, la tristezza, lo sconforto, la lacerazione, il terrore, l'abbandono, ogni altra emozione sia il regalo lasciato dal bosco, dal campo di battaglia e di caccia a chi riesce ad attraversare più o meno indenne il caos del regno oltre e sotto i confini del rassicurante mondo della vita associata.
"E' l'esito finale di qualunque percorso iniziatico. Quello che ci fa essere uomini, ανδρες, avrebbero detto i greci, quello che fa sì che, come spiega i ching, il cielo [il maschile] possa contenere e dare forma alla terra [il femminile], sostenendola... Sì, qualcosa del genere...
"Una qualità che i maschi all'interno della nostra società sviluppano di rado, oggi: niente più wild, niente più incontro - simbolico o reale - col momento ultimo, niente più centratezza. Solo emozione dilagante e ondivaga, senza direzione..."
"Ma le sogni di notte, queste cose", mi chiede lui. "Non è che
magari è tutto frutto di immaginazione?"
La birra può aver contribuito, dico. Poi gli racconto dei risultati di un interessante esperimento psicologico fatto già un bel po' di tempo fa: gli esseri umani sembrano innamorarsi irrevocabilmente delle contorte spiegazioni con cui cercano di dare senso all'insensatezza di quello che capita loro di vivere. "Sì, tutta immaginazione. Può essere. Ma senza tutta questa immaginazione niente Newton né Einstein, niente Michelangelo né Dante, né 'mettici chi vuoi tu'. Senza immaginazione il nostro mondo umano non avrebbe neanche un decimo della sua attuale ricchezza. "Il problema è capire quali frutti della nostra immaginazione valgono e quali no. Quali sono destinati a restare e quali a svanire come schiuma. "E poi, quando si è in una condizione di centratezza e di silenzio interiore, non si immagina niente. E allora nemmeno si può sbagliare. O no?"
"L'argomentazione è farlocca", fa lui. "Lo so", rispondo.
Ride.
***
Come soundtrack metto un regalino per Guido, "My Father, my King" [i soliti Mogwai], una vera e propria meditazione in musica sull'ombra del maschile.
La linea melodica fondamentale è di un antico inno ebraico, "Avinu Malkeinu" ["Nostro Padre, Nostro Re"], una preghiera recitata dagli ebrei in occasione dello Yom Kippur [info wikipedia qui].
E' ipnotica, ma da ascoltare con moderazione: a me fa venire bruciori di stomaco.
***
PS - Dalla prossima settimana e per le due settimane successive sarò in Venezuela per una visita di valutazione ad alcuni progetti di sviluppo. Per un po', quindi, niente di nuovo su queste pagine. Me spias...
***
Soundtrack - My Father, My King
[The Belly Up Tavern 15/05/2009 - Part 1] - Mogwai
Nella foto - Il passo chiave di "Mombi" [6c], in una giornata molto meno luminosa di ieri [ph www.climbers.altervista.org].
Sabato
"Hey, ma... Tu sei Sandro De Toni?".
Sono, con Stefano, alla base di "Vai Pantani", 7b [o 7a+, con la mia methode] in quel della falesia di Marone.
E' Luca a chiedermelo, un amico di lunga data di Beppe e Andrea.
"Sì, sono io".
E mentre Stefano, sopra, svolazza più e più volte sul "chiave" di "Vai, Pantani" [per forza: non usa la mia methode], Luca e io chiacchieriamo del più e del meno, dei tiri sopra la nicchia del "Pesce" e di quanto sia entusiasmante la sud della Marmolada.
Poi mi sposto e inizio a mettere via la roba. E' ora di andare.
Quasi all'imbocco del sentiero che porta verso il parcheggio, mi ferma Giacomo, un ragazzo della Valle.
"Ma tu... fai montagna?"
"Beh, da dopo l'incidente - se devo dire il vero - un po' meno di prima. Alla causa ho gia dato: una vertebra. Comunque, sì..."
"E come ti chiami?"
Non vorrei, eh? Comunque, per essere sincero: "Sandro", dico.
"Sandro De Toni?"
Annuisco.
"Leggo sempre il tuo sito, sai? Sei veritiero: quando, nella relazione di una via scrivi che è duro, è duro davvero..."
"Eh, sarà che arrampichiamo su gradi analoghi. E allora quello che sembra difficile a me, sembra difficile anche a te".
Giacomo mi rivela che in Valle stanno aprendo una nuova super-falesia e mi invita ad andare a trovarlo.
Ci mostrerà tutte le vie appena chiodate e mi permetterà di fare un po' - ma poco poco - di pubblicità al loro lavoro [preferisce non ci siano ancora troppi visitatori in zona: sta finendo di disgaggiare].
Eh, privilegi della notorietà...
In auto Stefano mi prende per i fondelli: "Hey, ma... Tu sei Sandro De Toni?!?". La tirata per il culo sta nel tono di voce, che nello scritto non riesco a replicare...
"E tu?", gli chiedo in risposta.
"Io sono Stefano Dallera", continua imperterrito con lo stesso tono da paraculo.
E poi, forse considerata la fama che, come dicevano gli antichi, mi precede: "Ma perché non proponi quello che scrivi a un editor? Magari te lo pubblica..."
"Maddài...", rispondo. "E che cosa gli sottopongo: 'Siamo andati su di là e siamo venuti giù di qua?'"
In fondo le relazioni di vie alpinistiche - per quanto un po' più articolate - questo sono: i resoconti di salite e discese.
"E poi ultimamente faccio quasi solo falesia. Ti immagini: 'Prendo quella tacca lì e mi giro in lolotte sfruttando quell'appoggio là...' Uno sballo... Proprio da pubblicare... Sì, sì... Io per primo mi pubblicherei..."
"Il mio vicino, l'hanno pubblicato... Feltrinelli, credo...", fa Stefano.
"Meglio per lui. Ma ci pensi? Un editor che edita lo scritto di un altro editor. Sarebbe un serpente che si morde la coda: non si arriverebbe a niente di buono. O, meglio, a niente in assoluto. E poi resto dell'idea di Daumal: come in montagna, se si sbaglia linea e si lasciano tracce, si rischia di indurre altri a sbagliare, così se si scrive, meglio essere ben consapevoli di quello che si scrive. Credo che già un: 'Siamo andati su di là e siamo tornati giù di qua' in certi casi possa essere molto pericoloso..."
La discussione si chiude qui.
Domenica
Alla coppia si è aggiunto Gino, reduce da un intervento all'intestino, per fortuna conclusosi nel migliore dei modi.
Siccome sia Stefano che io siamo sfondati dall'arrampicata di ieri, una mezza giornata basterà.
Ci fermiamo al solito bar a metà Valle per un cappuccio.
Gino ordina un caffè d'orzo.
La barista fa: "Piccolo o grande?"
Sullo scontrino c'è scritto 1.20, e io - stanco da ieri - salto il punto e leggo tutto assieme: "Da 120".
"Ah, ok. Un secchio, allora?", chiude lei.
No, oggi non è proprio giornata.
Poi ci portiamo sotto Cividate Camuno vecchia.
Saliamo - nell'ordine - "Stella del Nord" [6a], "Il Mago della Bontà" [il 6a+ più difficile del mondo], "NEWS" [il 6b+ più facile del mondo].
Quindi Stefano prova un 6c di cui non ricordo il nome [e non è un caso] appena a sx de "I Fratelli Karamazov".
E lo fa, come al solito, tirando il rinvio sul primo passaggio, un boulder la cui unica methode di passaggio che non sia un 7b boulder consiste nel saltare - scomodi, da una rampa inclinata - a un manettone a circa 2.30 m. dal suolo. Se si sbaglia, ci si incricca.
"E tu, non lo fai?", mi chiede Stefano dopo essere sceso.
"Ma siamo matti? Già provato. Non mi piace: troppo duro all'inizio".
"Sempre così, eh? Se è troppo duro, ti tiri indietro...", commenta lui.
Ma no: è che quella via, con quel passo secco, così all'inizio, proprio non mi piace.
Così mi sposto sotto "Zampanò", 7a+ sulla carta, più facile del 6c appena tentato da Stefano.
Al secondo giro, chiusa.
Làh, così mi piace: manetta qui, manetta là, fatta...
Però mi sa che, la prossima volta, il saltone, sul 6c "coso", lo provo. Non mi è andato giù, quello che mi diceva Stefano.
Torniamo verso Brescia.
A casa di Stefano festeggiamo il ritorno all'arrampicata di Gino con un Gewürztraminer Grave del Friuli [non proprio Gewürz, insomma], pane, formaggio e salame. Poi ci salutiamo.
Sarà che il vino mi ha un po' intontito [e non mi piace essere intontito a quest'ora].
O sarà che ho ancora un po' di energie da smaltire.
Ma mi viene voglia di farmi uno dei miei soliti giri in città - uno di quelli a passo veloce per fare un leggero lavoro di gambe - con transito dalla gelateria Imperiale. Il massimo: smaltimento e reintego calorie in uno.
Inforco gli occhiali da terminator [non sia mai che - per la terza volta in un finesettimana - a qualcuno venga in mente di chiedermi: "Hey, ma tu sei...": mi darebbe alla testa, più del Gewürztraminer] e parto.
Alla gelateria Imperiale, mentre aspetto di essere servito, guardo una signora che sta ordinando.
Ha tutta l'aria di essere una nota attrice napoletana, M.L. [non scrivo di più].
No, non "ha tutta l'aria". E' lei...
Mi viene la tentazione di chiederle: "Scusi, ma lei è...?"
Poi, pensando che non saprei come continuare la conversazione [credo che con lei: "Come ha trovato il primo tiro sopra la nicchia del 'Pesce', eh?" non attaccherebbe proprio], mi trattengo.
Prendo il mio cono [gusto pistacchio e crema; devo recuperare], mi riabbasso sugli occhi le lenti da terminator e sparisco.
***
Mi scrive Farfalù:
News
Questa
Commento
Questo è il post del secolo!
Ma tu sei Sandro De Toni? Il mastino? Il DDT? Il De-Tonico? Eh?
LOL
Siamo giunti al termine del tuo sito.
Posta un video di Dakota Brookes e poi chiudi tutto.
Farfalla Indigesta
Respondeo
Sulla chiusura del sito, se devo essere sincero, ci sto pensando davvero.
Ma, dopo le riflessioni che riportavo più sopra, ero orientato a un'uscita di scena meno... pirotecnica! Fa' 'l brao!
Sandro
***
Soundtrack - Clint Eastwood
Gorillaz [Gorillaz]
Nella foto
"IO sono Sandro De Toni... Forse... Mah... Almeno credo... E se fossi Stefano Dallera? O Gino Maffezzoni?" Maledetti problemi di identità...
Comunque quello della fotina in alto non sono io, eh?
E' l'immagine ritoccata dell'endoscheletro di un Terminator T101 che ho trovato in internet. Giusto per chiarire..
Isolare e privilegiare l'una [la felicità]
significa per ciò stesso far risaltare il suo altro, l'infelicità,
e quindi richiamarla implicitamente.
Come vantarsi di far regnare l'ordine
significa riconoscere la possibilità del disordine
e fargli posto.
[...]
La saggezza [secondo Zhuangzi] consiste nell'elevarsi
alla coincidenza alla più vasta scala
che dissolve ogni adeguatezza opposta alla sua inadeguatezza,
come pure ogni felicità opposta al suo contrario,
nella percezione globale del mondo come processo
"delle innumerevoli trasformazioni che non hanno termine".
F. Jullien Nutrire la vita senza aspirare alla felicità,
Milano, Cortina, 2006, pp. 114.132.
Periodaccio.
Ho giusto giusto il tempo per qualche arrampicatina, non certo per scrivere. Quindi lascio un aggiornamento telegrafico - ritardato - sulle salite dell'ultimo fine settimana.
Sabato Con Stefano, dopo una perlustrazione poco convinta alla Rota, bagnatissima, e aver bevuto uno dei cappuccini migliori che io ricordi in uno dei bar più sporchi che io ricordi, saliamo allo Sperone delle Alabarde, vicino a Boario. In rete non ci sono info sulla falesia.
Quindi in due battute: bella roccia a tacche in stile "Rogno". Per la particolare stratificazione delle arenarie su cui sono state aperte le vie, si arrampica per lo più su prese che fanno lavorare busto e braccio dx [e questo - a dire il vero - scoccia un po'].
- Sul dorso sx dello sperone sulla verticale del Masso delle
Alabarde, diverse vie facili e brevi [12 m.]. Noi ne ripetiamo 2, con difficoltà attorno al 6a.
- Nella conca a dx dello sperone: * Craxeder Porco - 6b - Fessura interessante; primo fix alto. * Variante a Craxeder Porco - 6b/6b+ o giù di lì - Muro verticale a onde. Piacevole. * Piperita Patty - Qualcosa tra il 6c e il 7a - 3° fix alto, con possibilità di schiantarsi su spuntone sulla verticale del punto di caduta. Bella. La ripetiamo con la corda dall'alto dopo aver portato la corda in sosta salendo da "Lo Specchio dei Pazzi", a dx. * Lo Specchio dei Pazzi - Qualcosa tra il 6c e il 7a - Muretto, diedro di impostazione, strapiombino, a dx, poi placca appoggiata a microprese e a sx alla sosta. 3° fix alto; anche qui meglio evitare esperimenti di caduta mentre si moschettona. Molto bella. * Via a sx di Var. a Craxeder Porco - Qualcosa tra il 6b e il 6c - Continuità con qualche pass. più secco. Piacevole. Ben chiodata.
Quindi Stefano decide di salire una linea che, partendo appena a dx della base dello sperone, raggiunge lo spigolo e sale per diedrini rotti. Fa circa 30 m. di tiro, trova una sosta senza calata, lascia un rinvio e mi costringe a rifare il tiro da secondo sotto l'acqua e con le scarpe da ginnastica [che hanno la suola piallata]. Arrivo in sosta dopo innumerevoli sgommate alla "Pippo", sostituisco il rinvio con un meno costoso maillon rapide [di recupero, ovvio] e mi calo, ormai certo di arrivare tardi al lavoro. Via orenda, checché ne dica Stefano.
Domenica Veloce ripetizione - con Gigi, Giovanni e Simone - di "Luce e Colori", bella via sostenuta di Grill & co. alle Coste dell'Anglone.
Prevediamo di essere fuori per le 12:00 [i babbi devono rientrare a casa presto per la festa della mamma].
Alle 11:20 abbiamo già finito.
Purtroppo, verso le 10:30, mentre siamo sugli ultimi tiri, assistiamo al recupero del ragazzo colpito dalla frana su "La Piccola Piramide" [info sull'incidente qui].
Pietro mi diceva che, la scorsa settimana, sul muro di San Paolo [considerato tra i più comodi e con vie nella media sicure] aveva visto staccarsi un blocco di grandi dimensioni che - per fortuna - non aveva colpito nessuna delle numerose cordate presenti in parete.
Le abbondanti piogge di questi mesi - e di queste settimane in particolare - devono aver accentuato i dissesti, specie sulle pareti più rotte e articolate.
Insomma, meglio un po' di prudenza in più, in questo periodo.
Nella pagina linkata dal titolo riporto alcune info a integrazione della rel. di Grill sul suo sito [http://www.arrampicata-arco.com/via-luce-e-colori.html].
***
Mi scrive Stefano:
Via
Le Due Pareti
Area
Sarca Sud - Coste dell'Anglone
Commento
Leggo spesso le tue relazioni e le ho sempre trovate esatte. Anche questa volta, nonostante dalla relazione di Grill la via non promettesse chissà che.
Mi sono fidato del tuo commento e ho trovato una bella via. Roccia veramente bella e linea logica.
Grazie del consiglio!
Vivendo da qualche anno a Milano è bello vedere le foto di gente incrociata un sacco di volte in Maddalena, Caionvico e nelle altre falesie di Brescia! Stefano
Respondeo
Ciao Stefano.
In merito a "Le Due Pareti", grazie per il ringraziamento.
E per le foto di quelli che arrampicano, beh...
A parte che ne faccio sempre meno [di foto e di vie]...
Ma quelli siamo. Non che sia un bel vedere, eh?
Forse per questo faccio sempre meno foto.
Grazie per il commento.
E buone arrampicate. Sandro
***
Mi scrive Alberto Benassi:
Via
Via dell'Angelo
Area
Sarca Nord - Pian de la Paia
Commento
Ripetuta alcune settimane fa.
Gran bella via: impegno e ambiente garantito, soprattutto nel tiro che tocca i tetti della Big Bang.
Non ci avrei scommesso. Ma quel tiro, secondo me il più bello, mi è venuto in libera e da primo. Ma da primo arrampico sempre meglio. Perchè, poi, da primo arrampico meglio? Alberto Benassi
Respondeo
Ciao Alberto.
Sì, bella via.
Quanto alla tua domanda, non saprei: io arrampico molto meglio da secondo...
Buone arrampicate.
Ciao Sandro